24
Nov
2006

Kierkegaard

CAPITOLO OTTAVO

SOREEN KIERKEGAARD

L’importanza di Kierkegaard nella filosofia
Soreen Kierkegaard è il filosofo che con maggiore determinazione propone un rifiuto della filosofia hegeliana, allora imperante nelle università europee, comprese quelle della Danimarca, la patria di Kierkegaard.
Cronologia delle opere
Nato nel 1813 e morto nel 1855, l’attività filosofica di Kierkegaard si snoda soprattutto durante gli anni ‘40, quando pubblica le opere maggiori: Aut-aut (1843), Timore e tremore (1843), Il concetto dell’angoscia (1844), La malattia mortale (1849).
Differenza da Schopenhauer
Analogamente a quanto facevano gli idealisti, Schopenhauer partiva da una riflessione sulla filosofia kantiana, dalla cui elaborazione ebbe origine una concezione filosofica affatto nuova; Kierkegaard invece non sente alcun bisogno di richiamarsi all’illuminismo kantiano per fondare la propria reazione antihegeliana, ma si rifà unicamente agli stimoli culturali del proprio tempo.
L’esistenzialismo
Kierkegaard è considerato il primo esponente dell’esistenzialismo, una corrente filosofica che ebbe grande sviluppo nella prima metà del XX secolo. L’esistenzialismo concepisce la filosofia come analisi dell’esistenza, intesa quale dimensione esclusiva dell’esperienza umana e, quindi, l’unica che può essere oggetto di riflessione filosofica.
La critica a Hegel
Il rifiuto del sistema
Kierkegaard rifiuta qualsiasi interpretazione del fenomeno individuale che lo riduca a una manifestazione dell’universale; di conseguenza il filosofo danese rifiuta ogni filosofia dall’impostazione sistematica, dove cioè i singoli fenomeni acquistano senso solo se inseriti in un contesto di cui sarebbero manifestazioni parziali.
La critica a Hegel
Kierkegaard si contrappone in modo particolarmente radicale a Hegel, la cui filosofia rappresenta l’esempio più compiuto di impostazione sistematica; è evidente però che la sua critica, al di là del personale rifiuto del sistema hegeliano, implichi un rifiuto assoluto di qualsiasi pensiero che intende ridurre l’individuo a parte di un sistema.
L’irriducibilità del singolo
Il singolo individuo è una realtà irriducibile a qualsiasi altra, in quanto il suo essere si esaurisce in se stesso. L’uomo, constatando l’esistenza dei suoi simili, può riconoscere la specie umana, ma questa non potrà vantare una esistenza superiore a quella individuale.
L’uomo e l’animale
La vita del singolo uomo, infatti, ha delle peculiarità che non possono essere spiegate con l’appartenenza alla specie; le vicende di ognuno fanno parte dell’intimità personale e non sono generalizzabili agli altri uomini. Diverso è invece il caso degli animali dove, al di là degli accadimenti che possono colpire un singolo individuo, la spiegazione della sua esistenza rientra in quella più generale della specie.
L’esistenza personale
Nell’esistenza personale si esaurisce dunque, secondo Kierkegaard, l’intero essere dell’individuo e, di conseguenza, qualsiasi riflessione di carattere filosofico non può trascendere questa esperienza; un’analisi sull’uomo e sul significato della propria vita si può avere, allora, solo dopo avere compreso le caratteristiche principali dell’esistenza, che configurano con esattezza la condizione umana.
Il cristianesimo
La radicale adesione di Kierkegaard al cristianesimo si spiega col fatto che, a suo parere, la religione cristiana ha valorizzato meglio di altre forme culturali l’esperienza del singolo e ha indicato la possibilità per l’uomo di raggiungere la liberazione.
L’assoluto
Kierkegaard non nega il concetto di assoluto, verso il quale l’uomo, spinto dalla coscienza della propria finitezza, si sente attratto; ma quest’assoluto esiste solo come totale trascendenza, è una realtà che è completamente al di là della dimensione umana e che l’uomo, con le sue deboli forze intellettuali, non può comprendere.
L’assoluto in Hegel e in Kierkegaard
Il rapporto del singolo con l’assoluto è allora, secondo Kierkegaard, di assoluta separazione: il singolo si rapporterà all’assoluto con angoscia e timore, conscio della sua piccolezza e, contemporaneamente, dell’immensa potenza di tale realtà. In Hegel, ricorderete, il rapporto del singolo con l’assoluto si realizzava gradualmente in modo positivo, fino a raggiungere uno stadio di piena immedesimazione. Hegel infatti, al contrario di Kierkegaard, non concepiva l’assoluto come totalmente separato dall’individuo, ma coincidente con esso.
Il senso di precarietà dell’individuo
L’individuo, secondo Kierkegaard, vive in uno stato di completa precarietà, proprio perché ha coscienza della sua finitezza e della totale distanza che esiste fra lui e l’assoluto. Tale precarietà e incertezza è il carattere principale dell’esistenza, che Kierkegaard descrive attraverso i concetti di possibilità e di scelta.

ESPRESSIONI SIGNIFICATIVE

Esistenzialismo – Rifiuto del sistema – Singolo – Esistenza – Assoluto – Trascendenza – Senso di precarietà

DOMANDE

1) Precisa il periodo di maggiore attività filosofica di Kierkegaard e proponi un confronto con Schopenhauer.

2) Definisci l’espressione esistenzialismo e spiega perché Kierkegaard è considerato il fondatore di questa corrente filosofica.

3) Spiega le ragioni del rifiuto, da parte di Kierkegaard, di qualsiasi filosofia sistematica.

4) Perché le critiche di Kierkegaard si concentrano in modo particolare su Hegel?

5) Riprendi la considerazione di Kierkegaard sul singolo.

6) Spiega la scelta kierkegaardiana a favore del cristianesimo.

7) Perché nell’uomo la dimensione dell’individualità ha maggior valore rispetto a quanto accade per gli animali?

8) Precisa il modo in cui Kierkegaard concepisce l’assoluto e individua la differenza con Hegel.

9) La concezione dell’assoluto come trascendente quali conseguenze ha sulla condizione psicologica dell’individuo?

La possibilità e la scelta
L’esistenza e la scelta
Abbiamo visto come, secondo Kierkegaard, l’individuo è totalmente separato dall’assoluto; proprio per questo non è in grado di raggiungere una verità definitiva e vive in una costante incertezza. L’esistenza umana si configura, allora, come una serie continua di scelte che l’uomo deve affrontare, senza alcuna possibilità di riconoscere con sicurezza la direzione giusta.
La scelta e la possibilità
Tutta l’esistenza umana si risolve nello scegliere fra diverse possibilità, che rappresentano le varie alternative cui l’uomo deve dirigere la propria vita. Secondo Kierkegaard, il configurarsi della vita come una serie di possibilità non costituisce una ricchezza dell’esperienza umana ma, al contrario, una evidente manifestazione della limitatezza del suo essere.
Possibilità positiva e negativa
L’uomo infatti, di fronte alla scelta, prova un senso di angoscia: difatti egli sa che la possibilità da lui scelta può avere un esito positivo, ma anche un carattere decisamente negativo; può, in altre parole, condurre alla realizzazione di sé ma anche al proprio annientamento. D’altra parte, il risolvere positivamente una scelta non implica la salvezza poiché, immediatamente dopo, l’uomo dovrà affrontarne un’altra.
Superiorità della possibilità negativa
La possibilità negativa ha un potere di condizionamento nettamente superiore rispetto all’esito positivo: implica infatti l’assoluta sconfitta, il fallimento e, proprio per questo, pone il soggetto in una condizione paralizzante.
L’angoscia dell’esistenza e la fede
L’esistenza si configura come una continua scelta e rivela la continua possibilità, per l’uomo, dell’annientamento. Vedremo come Kierkegaard individui nell’esperienza della fede la via d’uscita da tale condizione; prima però, intende delineare le possibili, fondamentali scelte, che l’uomo si trova di fronte durante la propria vita.
L’angoscia
Il concetto di angoscia è uno dei più significativi dell’intera filosofia di Kierkegaard e avrà un’importanza fondamentale nella filosofia esistenzialistica del ‘900. L’angoscia è il sentimento caratteristico dell’esistenza e si genera a partire dalla possibilità e, in particolare, dalla consapevolezza di un numero infinito di possibilità negative.

I tre stadi dell’esistenza
I tre stadi dell’esistenza
Kierkegaard configura tre stadi dell’esistenza che corrispondono ai tre possibili modi con cui l’individuo sceglie di caratterizzare la propria vita. I tre modelli di vita sono posti in una successione gerarchica, nel senso che il successivo rappresenta una scelta di maggiore consapevolezza rispetto al precedente.
Aut-aut
Non bisogna però leggere questa successione secondo una schema dialettico, tipico della filosofia hegeliana. Queste scelte infatti sono antitetiche e irriducibili e non può esistere fra loro alcuna mediazione. Kierkegaard sceglie allora di indicare il passaggio dall’una all’altra con l’espressione aut-aut, a indicare come fra uno stadio dell’esistenza e un altro non vi sia una mediazione dialettica ma, bensì, un salto netto, che configura due esempi di vita assolutamente differenti.
La vita estetica
La prima possibilità d’esistenza che si presenta all’uomo è quella denominata da Kierkegaard vita estetica ed è rappresentata dal personaggio di Don Giovanni; caratteristica di questo tipo di vita e l’attrazione per il sensibile e la ricerca di una totale soddisfazione.
Il rapporto col piacere
Di fronte alle numerose possibilità di soddisfazione e godimento che il mondo gli offre, Don Giovanni (ovvero l’uomo estetico) decide di non selezionare, ma di coglierle tutte, ricercando il piacere in ogni sua forma, L’uomo estetico intende realizzare una soddisfazione molteplice, poiché vuole molti oggetti del desiderio, che gli consentano di variare le situazioni di piacere.
Il fallimento della vita estetica
Proprio la continua ricerca di novità e di variazioni rivela il carattere manchevole della vita estetica: questa confluisce infatti nella noia, in quanto il piacere tende a ripetersi, a essere sempre uguale. Chi non ha cercato altra forma di soddisfazione se non nel godimento, sperimenta così il vuoto della vita e cade nella disperazione.
La vita estetica e il tempo
Perché la vita estetica scade nella noia? Per il fatto che l’uomo estetico vive unicamente nella dimensione temporale del presente, gli interessa solo l’attimo in cui realizza il godimento; una volta raggiunto il suo scopo, quell’esperienza non avrà più alcun valore e si ricercherà una nuova soddisfazione. L’uomo estetico, dunque, non vive in una dimensione storica, apprezzando i ricordi o prefigurando il proprio destino futuro; per lui conta solo il momento attuale.
La ripetizione
E’ evidente, allora, come il singolo momento tenda fatalmente a ripetersi e la vita estetica scada nella noia, dispersione di energia che non riesce a concretizzarsi in esperienza vissuta, ricordi, emozioni.
La vita etica
La vita etica, il secondo stadio dell’esistenza previsto da Kierkegaard, rappresenta un modo affatto diverso di porsi di fronte all’esperienza del piacere. E’ utile proporre un confronto con la precedente figura di Don Giovanni, riferendosi alla ricerca del piacere sessuale: mentre Don Giovanni intende raggiungere la massima soddisfazione, non rinunciando ad alcuna possibilità che la vita gli offre, l’uomo etico, invece, intende regolamentare il proprio piacere.
Il matrimonio
L’uomo etico, dunque, non rinuncia al piacere, ma intende circoscriverlo a un solo oggetto del desiderio; egli lo regolamenta secondo una norma morale, che gli impone di non ricercare il godimento indiscriminatamente, ma di limitarlo nel quadro di un’istituzione riconosciuta dall’autorità. Il matrimonio è l’espressione di questo stadio della vita: l’uomo sceglie una sola donna con la quale soddisfare le proprie pulsioni.
La stabilità e il dovere
Nella vita etica l’uomo si pente e, per la prima volta, sceglie: nella vita estetica, infatti, non si sceglieva, in quanto si volevano soddisfare tutti i desideri. L’uomo etico cerca così una stabilità, vuole adeguarsi a una norma universale cui dovrebbero riconoscersi gli altri suoi simili.
Il fallimento della vita etica
Anche la vita etica produce uno scacco. Questo potrebbe stupirci, dal momento che l’ideale etico, aderendo a una norma universale, sembra possedere dei caratteri positivi rispetto al modello di vita precedente. L’uomo etico, regolamentando le proprie pulsioni e vivendo secondo norme che garantiscono il rispetto dei suoi simili, dovrebbe raggiungere una giusta soddisfazione.
La condizione umana
Ma l’uomo non è fatto, secondo Kierkegaard, per vivere con tranquillità, in quanto il suo essere lo pone di fronte alla miseria della propria condizione: l’uomo etico, rifiutando i piaceri superficiali della vita estetica, si pente della propria condizione peccaminosa e tende, in questo senso, a esaminare la totalità delle sue esperienze.
Il pentimento
Il pentimento non produce solo una presa di distanza da passati atteggiamenti peccaminosi, ma conduce alla comprensione del carattere intrinsecamente peccatore dell’uomo; la natura umana e di per sé stessa portata verso il peccato e non può essere redenta dall’applicazione di una norma morale.
Lo stadio religioso
L’unica speranza dell’uomo e quella di consegnarsi a Dio, abbracciando la religione. Questa scelta costituisce l’ultimo stadio della vita concepito da Kierkegaard, quello in cui l’uomo rinuncia totalmente a sé per donarsi a Dio.
Il salto dall’etica alla religione
Si potrebbe pensare che lo stadio religioso non sia in antitesi con il modello della vita etica, poiché nel senso comune la religione comporta il rispetto dei principi morali. Ma non è così per Kierkegaard, la cui concezione di Dio non prevede compromessi tra la fede e il mondo: Dio è l’assolutamente altro, una realtà assoluta totalmente estranea all’esperienza umana e, in quanto tale, al di fuori di qualsiasi criterio umano di giudizio, anche quello morale.
La religione conduce all’abbandono della morale
Una prova riguardo l’estraneità della religione rispetto alla sfera morale è data dall’episodio biblico del sacrificio di Isacco: poco importa che un angelo giunga alla fine a salvare il figlio di Abramo. E’ importante invece che Abramo, in nome della fede e della cieca obbedienza a Dio, era pronto a sacrificare il figlio, contravvenendo a tutti i principi morali.
Il salto
Colui che abbraccia la fede compie un salto assoluto, abbandona definitivamente qualsiasi punto di vista umano per accettare incondizionatamente l’autorità dell’assoluto. Non esiste una possibilità di conoscere la volontà divina, neanche in merito alla propria salvezza; ci si affida a Dio in quanto mistero.
L’isolamento
La fede comporta dunque un isolamento totale dell’individuo, un abbandono del mondo e, contemporaneamente, un vivere per la divinità. La condizione del fedele, quindi, non è una condizione di benessere e felicità ma, anzi, tende ad amplificare quegli elementi di incertezza che rendono l’esistenza dell’uomo precaria.
La non conoscenza di Dio
Si deve infatti credere in un Dio che non si può conoscere, si spera di essere salvati da lui ma non si può fare nulla per ottenere questa salvezza, se non abbandonarsi completamente alla volontà di Dio; la fede è un’iniziativa personale, che nasce da una nostra scelta esistenziale ma, nello stesso tempo, può essere data solo da Dio.
La malattia mortale
Kierkegaard chiama “malattia mortale” questo rinunciare al proprio io per affidarsi alla divinità; è il risultato della disperazione cui conduce l’impossibilità di una scelta e la decisione di sacrificare interamente se stessi.
La fede è un paradosso
La fede è dunque un paradosso, in quanto vi affidiamo tutto il nostro essere per liberarci dall’angoscia dell’esistenza ma, nello stesso tempo, l’esperienza della fede è anch’essa un’esistenza che non risolve i nostri dubbi e verso la quale dobbiamo mostrare una totale rassegnazione e sottomissione.
Utilità della fede
La fede è allora l’espressione ultima della condizione dell’uomo nel mondo in quanto ripresenta, su un piano più elevato, la situazione irrisolvibile dell’esistenza: la scelta. Nel contempo, però, la fede è l’unica soluzione da prendere rispetto a quella condizione, poiché la scelta religiosa è l’abbandono totale del mondo, l’affidarsi totalmente a un’assoluta potenza che è l’unica a poterci salvare.
La vita di Kierkegaard e la sua filosofia
Non sempre la vita dei filosofi è rilevante per comprendere il loro pensiero; non si può però non sottolineare come la tragicità propria della concezione kierkegaardiana dell’esistenza sia stata intimamente vissuta dal filosofo. Egli orientò la propria vita con assoluta coerenza rispetto a quanto scriveva: non c’è dubbio che egli si concepisse come peccatore e che, con qualche esagerazione, compaiano riferimenti autobiografici nella descrizione vita estetica.
La rottura del fidanzamento
Ancora più significativa è la rottura del fidanzamento di Kierkegaard con Regina Olsen, avvenuto per cause inspiegabili se non in relazione all’evoluzione del pensiero del filosofo. Egli rinuncio alla “vita etica”, per dedicarsi completamente alla fede, vivendo in uno stato di isolamento e sofferenza interiore.

ESPRESSIONI SIGNIFICATIVE

Possibilità – Scelta – Possibilità negativa e positiva – Angoscia – Stadi dell’esistenza – Aut-aut – Vita estetica – Don Giovanni – Ripetizione – Noia – Disperazione – Vita etica – Matrimonio – Dovere – Pentimento – Stadio religioso – Autonomia della religione dalla morale – Abramo e Isacco – Isolamento – Malattia mortale – Fede come paradosso

DOMANDE

1) Per quale motivo l’uomo non è in grado, secondo Kierkegaard, di raggiungere un sapere assoluto?

2) Intendi l’importanza della scelta nell’esistenza umana.

3) Individua il nesso fra esistenza e possibilità.

4) Perché la vita intesa come una serie infinità di possibilità è giudicata da Kierkegaard negativamente?

5) Perché la possibilità negativa possiede una priorità rispetto a quella positiva?

6) Definisci l’angoscia.

7) Perché l’angoscia rappresenta lo stato più caratteristico della nostra esistenza?

8) Indica i tre stadi dell’esistenza teorizzati da Kierkegaard.

9) Esiste un rapporto dialettico fra i tre stadi dell’esistenza?

10) Illustra il concetto di aut-aut.

11) Individua le caratteristiche della vita estetica.

12) Come risolve Don Giovanni il proprio rapporto col piacere?

13) L’uomo estetico vive in una dimensione storica? perché?

14) Individua il nesso fra ricerca della variazione, ripetizione e noia.

15) Perché la vita estetica conduce alla disperazione?

16) Spiega il passaggio dalla vita estetica alla vita etica.

17) Perché il matrimonio è un significativo esempio di soluzione etica?

18) Spiega, in merito alla vita etica, i concetti di stabilità e dovere.

19) Perché anche la vita etica conduce a uno scacco?

20) Chiarisci l’importanza del pentimento e il passaggio alla vita religiosa.

21) Riprendi la concezione kierkagaardiana di Dio.

22) Quale rapporto esiste fra moralità e religiose? riferisciti in merito all’esempio di Abramo e Isacco.

23) Perché la scelta religiosa conduce all’abbandono di se stessi e, dunque, all’isolamento?

24) Intendi il concetto di malattia mortale.

25) Perché la fede è un paradosso?

26) Perché anche nella fede si riflette la condizione umana?

27) Individua il rapporto fra la biografia e il pensiero filosofico di Kierkegaard.