27
Giu
2006

Gilles Pécout

(pp.f349/f352)

Il brano discute un’ipotesi storiografica che vede contrapporsi l’idea del Risorgimento quale rivoluzione calata dall’alto e, quindi, subita dal popolo senza che vi corrispondesse un adeguato consenso e quella, apparentemente retorica e nazionalista, quale compimento di una volontà popolare.

La prima posizione viene illustrata a partire dalle osservazioni di Sergio Romano, secondo il quale l’ideologia risorgimentale è stata costituita a posteriori, una volta raggiunta un’unità nazionale che fu quasi inaspettata (valutare bene tutte le osservazioni).

A contrastare questa posizione, secondo l’autore, è però il riferimento storico al 1848: non è possibile ridurre la dinamica risorgimentale alle guerre cavouriane, ma bisogna tenere presente anche le insurrezioni popolari che erano orientate alla realizzazione di quel progetto, come quelle del 1848, dove si diffonde un’idea di nazionalità ben precisa.

L’autore tende a privilegiare una lettura che sovrappone due rivoluzioni (dall’alto e dal basso –vd. La riflessione sul termine popolo-) e su questa base interpreta l’opposizione tra Cavour/Vittorio Emanuele III da una parte e Mazzini/Garibaldi dall’altra. Questa contrapposizione a volte però ha agito con una comunanza di intenti (a questa considerazione è dedicato l’ultimo capoverso che riprende la tesi storiografica –da noi sopra richiamata- in merito alla complementarietà del ruolo di Cavour e Mazzini nella realizzazione dell’unità d’Italia).