2
Dic
2006

Testi relativi alla sofistica

Si tratta di alcuni passi, non compresi nell’antologia in adozione, che ritengo necessario conoscere per affrontare l’argomento
PROTAGORA

da Sesto Empirico, Contro i matematici (DK, 80B 1):

“…egli [Protagora] comincia i suoi Discorsi sovvertitori proclamando:

Di tutte le cose misura è l’uomo: di quelle che sono, per ciò che sono, di quelle che non sono, per ciò che non sono

da Platone, Teeteto, 166 d sgg.:

“Io, per me, sostengo che la verità sta come io ho scritto: esser cioè ciascuno di noi, misura delle cose che sono e non sono

GORGIA

Da Sesto Empirico, Contro i matematici (DK, 82 B 3):

“Gorgia da Leontini…nel suo libro intitolato Del non essere o Della natura…pone tre capisaldi: 1) nulla esiste; 2) se anche alcunché esiste, non è comprensibile all’uomo; 3) se pure è comprensibile, è per certo incomunicabile e inspiegabile agli altri.”

Da Sesto Empirico, Schizzi pirroniani, I 216-19 (DK, 80 A 14):

“Dice dunque questo filosofo [Protagora] che la materia è fluida, ma via via che fluisce, di continuo delle aggiunte compensano le perdite, e le sensazioni si trasformano e cambiano a seconda dell’età e delle altre condizioni del corpo. Dice poi anche che le ragioni di tutti i fenomeni risiedono nella materia, per modo che la materia considerata in se stessa ha la proprietà di essere tutto ciò che appare ai singoli individui. Gli uomini poi percepiscono or l’una or l’altra apparenza, secondo le diverse disposizioni in cui si trovano; così un uomo in condizioni normali percepisce, tra le varie forme insite nella materia, quelle predisposte ad apparire agli individui normali; e così l’individuo anormale, quelle per gli anormali. Lo stesso si dica riguardo all’età, e secondo che si dorme o si è svegli, e insomma, secondo ogni specie di disposizioni. Secondo lui, dunque, chi giudica delle cose è l’uomo. Infatti, tutto ciò che appare agli uomini, anche è; e ciò che non appare a nessun uomo, neppure è. Vediamo pertanto che egli ammette comepostulati la fluidità della materia e il risiedere in essa delle ragioni di tutti i fenomeni; che sono argomenti oscuri, sui quali non ci si può pronunciare.”

da Platone, Protagora, 334 A – C

Niente affatto, rispose: ma io conosco molte cose che sono nocive agli uomini, come cibi, bevande, farmaci e mille altre; altre invece sono utili; altre poi che per gli uomini non sono né utilidannose, mentre lo sono per i cavalli; altre, invece, sono utili solo ai buoi, altre ai cani; altre che non sono utili né a questi né a quelli, ma agli alberi; e cibo ch’è buono per le radici dell’albero è dannoso per i germogli, come per esempio lo sterco, che se dato alle radici fa bene a tutte le piante, mentre se tu lo volessi buttare sui virgulti e sui ramoscelli giovani, tutti li distrug­gerebbe; e cosi anche l’olio èdannosissimo a tutte le piante ed esiziale ai peli di tutti gli animali fuorché a quelli dell’uomo; ai peli dell’uomo, invece, è giovevole, e giovevole a tutto il corpo umano. In effetti il bene è qualcosa di cosi svariato e multiforme, che a volte la stessa cosa, questo stesso olio, è utile all’uomo per le parti esterne del corpo, dannosissimo per quelle interne; e appunto per questo tutti i medici proibiscono agli ammalati di fare uso d’olio se non in piccolissima dose in ciò che debbono mangiare, e solo quanto basta a spegnere la sgradevole impressione che nei cibi e nelle vivande è causata dalle sensazioni olfat­tive.

da Platone, Teeteto, 116 d, sgg.

Perciò non confutare il mio discorso fermandoti alla lettera, ma cerca di capire più chiaramente che cosa intendo dire. Rammentati quando si diceva più sopra, che cioè per l’ammalato il cibo appare, ed è, amaro, e per il sano, il contrario. Ora, nessuno dei due è da ritenersi più sapiente dell’altro, ché non sarebbe possibile; e neppure è da asserire che il malato sia un ignorante, perché opina in tal modo, e che il sano sia sapiente, perché opina in modo diverso; ma sì invece è da scambiare il primo stato col secondo; perché il secondo è migliore. Cosìanche nell’educazione bisogna scambiare uno stato con l’altro migliore. Solo che il medico trasforma con le medicine, il sofista coi discorsi. Sicché io nego che qualcuno possa opinare il falso, e che un altro poi gli faccia opi­nare il vero; perché non è possibile né opinare ciò che non è né altrimenti da quel che si è provato; e questo perciò è sempre vero. Ma pure credo che se una difettosa disposizione d’animo fa opinare cose ad essa conformi, una retta disposizione farà opinare cose diverse da quelle, e conformi a sé; le quali alcuni per ignoranza, chiamano vere; io, per me, dico queste migliori di quelle: ma più vere, per nulla. E i sapienti, caro Socrate,… se per i corpi, li chiamo medici, se per le piante, agricoltori. Sostengo infatti che anche questi cercano di ingenerare nelle piante, quando siano ammalate, utili e sane sensazioni e disposizioni in luogo di quelle dannose; e così i sapienti e valenti oratori fanno apparir come giuste alle città le cose oneste invece delle disoneste. Perché è vero che quanto appar giusto e bello a ciascuna città, tale anche è per essa, finché lo reputi tale; ma appunto il sapiente, in luogo di singole cose dannose per i cittadini ne fa essere e apparire di utili.

Tempo vi fu in cui esistevano gli dei, ma non lestirpi mortali. Poi che giunse anche per le stirpi mortali i1 il momento fatale della loro nascita, gli dei ne fanno i1 calco in seno alla terra mescolando terra e fuoco e tutti quegli elementi che si compongono di terra e di fuoco. Ma nell’atto in cui stavano per trarre alla luce quelle stirpi, ordinarono a Prometeo e a Epimeteo di distribuire a cia­scuno facoltà naturali in modo conveniente. Epimeteo chiede a Prometeo che spetti a lui la cura della distribuzione: “E quando avrò compiuto la mia distribuzione—dice—tu controllerai”. E così, avendolo persuaso, si pone a distri­buire. Ora, nel compiere la sua distribuzione, ad alcuni assegnava forza senza velocità, mentre forniva di velocità i più deboli; alcuni armava, mentre per altri che rendeva per natura inermi, escogitava qualche altro mezzo di salvezza. A quegli esseri che rinchiudeva in un piccolo corpo, assegnava ali per fuggire o sotterranea dimora; quelli che, invece, dotava di grande dimensione, proprio con questo li salvaguardava. E così distribuiva tutto il resto, sì che a tutto fosse in equilibrio. Ed escogitò tale principio, preoccupandosi che una qualche stirpe non dovesse estinguersi. Dopo che li ebbe provvisti di mezzi per sfuggire le reciproche distruzioni, escogitò anche agevoli modi per proteggerli dalle intemperie delle stagioni di Zeus: li avvolse, così, di folti peli e di dure pelli, che bastavano a difendere dal freddo, ma che sono anche capaci di proteggere dal caldo e tali inoltre da essere adatti quale naturale e propria coperta a ciascuno, quando avessero bisogno di dormire. E sotto i piedi ad alcuni dette zoccoli, ad altri unghie e pelli dure prive di sangue; ad alcuni procurava un tipo di alimento, ad altri un altro tipo; ad alcuni erba della terra, ad altri frutti degli alberi, ad altri ancora radici ad alcuni poi dette come cibo la carne di altri animali, ma a questi concesse scarsa prolificità, mentre a quelli che ne erano preda abbondante prolificità, sì che la specie loro si conservasse. Solo che Epimeteo, al quale mancava compiuta sapienza, aveva consumato, senza accorgersene, tutte le facoltà naturali in favore degli esseri privi di ragione: gli rimaneva ancora da dotare il genere umano e non sapeva davvero cosa fare per trarsi di imbarazzo. Proprio mentre si trovava in tale imbarazzo sopraggiunse Prometeo a controllare la distribuzione: vede che tutti gli altri esseri viventi armoniosamente possiedono di tutto, e che invece l’uomo è nudo, scalzo, privo di giaciglio e di armi: era oramai imminente il giorno fatale, giorno in cui anche l’uomo doveva uscire dalla terra alla luce. Prometeo allora, trovandosi appunto in grande imbarazzo per la salvezza dell’uomo, ruba a Efesto e ad Atena il sapere tecnico, insieme con il fuoco —ché senza il fuoco sarebbe stato impossibile acquistarlo o servirsene— e così ne fece dono all’uomo. L’uomo, dunque, ebbe in tal modo la scienza della vita, ma non aveva ancora la scienza politica: essa si trovava presso Zeus; né più era concesso a Prometeo di andare nell’acropoli, ov’è la dimora di Zeus (e davvero temibili erano, per di più, le guardie di Zeus) riesce, invece, a penetrare di nascosto nella comune dimora di Atena e di Efesto dove essi lavoravano insieme, e, rubata l’arte del fuoco di Efesto e l’altra propria di Atena, le dona all’uomo, che con quelle si procurò le agiatezze della vita. Solo che, come si narra, più tardi Prometeo dovette a causa di Epimeteo, pagare la pena del furto.

Come dunque l’uomo fu partecipe di sorte divina innanzi tutto per la sua parentela con la divinità, unico tra gli esseri viventi, credette negli dei, e si mise ad erigere altari e sacre statue; poi, usando l’arte, articolò ben presto la voce in parole e inventò case, vesti, calzari, giacigli e il nutrimento che ci dà la terra. Così provveduti, da principio gli uomini vivevano sparsi, ché non v’erano città. E perciò erano distrutti dalle fiere, perché in tutto e per tutto erano più deboli di quelle, e la loro perizia pratica, pur essendo di adeguato aiuto a procurare il nutrimento, era assolutamente insufficiente nella lotta contro le fiere: non possedevano ancora l’arte politica, di cui quella bellica è parte. Cercarono, dunque, di radunarsi e di salvarsi fondando città: ma ogni qualvolta si radunavano, si recavano offesa tra di loro, proprio perché mancanti dell’arte politica, onde nuovamente si disperdevano e morivano. Allora Zeus, temendo per la nostra specie, minacciata d’andar tutta distrutta, inviò Ermes perché portasse agli uomini il pudore e la giustizia affinché servissero da ordinamento della città e da vincoli costituenti unità di amicizia . Chiede Ermes a Zeus in qual modo debba dare agli uomini il pudore e la giustizia: « Debbo distribuire giustizia e pudore come sono state distribuite le arti? Le arti furono distribuite cosi: uno solo che possegga l’arte medica basta per molti profani e lo stesso vale per le altre professioni. Anche giustizia e pudore debbo istituirli negli uomini nel medesimo modo, o debbo distribuirli a tutti? A tutti, rispose, e che tutti ne abbiano parte: le città non potrebbero esistere se solo pochi possedessero pudore e giustizia, come avviene per le altre arti. Istituisci, dunque, a nome mio una legge per la quale sia messo a morte come peste della città chi non sappia avere in sé pudore e giustizia. E così, Socrate, anche per questa ragione, gli Ateniesi e tutti gli altri, qualora si debba discutere della capacità architettonica di qualche altra attività artigianale, ritengono che solo pochi abbiano il diritto di dare consigli, e se qualcuno che non appartenga a quei pochi pretenda di dare il proprio parere, nonlo sopportano, come hai detto, e non a torto come dico io; qualora, invece, si accingano a deliberare su questioni relative alla capacità politica, che si impernia tutta sulla giustizia e sulla saggezza, è ragionevole che tutti vengano ammessi, poiché si ritiene necessario che ognuno sia partecipe di questa dote, o non esistano città. Ecco Socrate, quale ne è la causa. Ma perché tu non creda d’es­sere ingannato, sostenendoti che tutti ritengono che ogni uomo partecipa della giustizia e di ogni altro aspetto della capacità politica, tieni un’altra prova. In tutte le altre capacità, come hai detto, ad esempio nell’arte di suonare il flauto o in qualche altra, se qualcuno sostiene d’essere virtuoso e poi non lo è, o viene deriso o ci si sdegna, e i suoi familiari gli si stringono intorno per ammonirlo come se fosse impazzito. Quanto alla giustizia, invece, e gli altriaspetti della virtù politica, sia pur sapendo chequalcuno è ingiusto, se costui spontaneamente, a suo danno, confessi la verità di fronte a molti, quel che nell’altro caso si riteneva saggezza, dire cioè la verità, in questo è ritenuto pazzia e si sostiene che tutti debbono sembrare d’essere giusti, lo siano o no, e si dice matto davvero chi non si atteggia a giusto, quasi fosse necessario che ognuno, in una qualche maniera, partecipi della giustizia, oppure sia fuori dell’umanità.

da Platone, Protagora, 320 D -323 C