14
Gen
2007

Testi di Socrate per le terze

Brevissima antologia sull’ironia e la confutazione per commentare le prime lezioni su Socrate
CALLICLE
Da Platone, Gorgia, 483 B, 484 A:

“Secondo me 1a questione è tutta qui: quelli che fanno le leggi sono i deboli, i più; essi, evidentemente, istituiscono le leggi a proprio favore e per propria utilità, e lodi e biasimi dispensano entro questi termini. Spaventando i più forti, quelli che avrebbero la capacità di prevalere, per impedire, appunto, che prevalgano, dicono che cosa brutta e ingiusta è voler essere superiori agli altri e che commettere ingiustizia consiste proprio in questo, nel tentativo di prevalere sugli altri. E si, i più deboli, credo bene che si accontentano dell’ uguaglianza!

Ecco perché la legge dice ingiusto e brutto il tentativo di voler prevalere sui molti, ecco perché lo chiamano commettere ingiustizia. Io sono invece convinto che la stessa natura chiaramente rivela esser giusto che il migliore prevalga sul peggiore, il più capace sul meno capace. Che davvero sia così, che tale sia il criterio del giusto che il più forte comandi e prevalga sul più debole, ovunque la natura lo mostra, tra gli animali e tra gli uomini, ne complessi cittadini e nelle famiglie. Con quale diritto Serse mosse guerra alla Grecia, o suo padre mosse guerra agli Sciti? Infiniti altri esempi si potrebbero portare! tutta questa gente, io penso, così agisce secondo la natura del giusto, e sì in nome di Zeus, per legge, ma secondo la legge di natura, non per quest’altra legge, per la legge che noi istituiamo! accalappiandoli fin da bambini, mediante tale legge, plasmiamo i migliori, i più forti di noi, e, impa­stoiandoli e incantandoli come leoni, li asserviamo, di­cendo loro che bisogna essere uguali agli altri e che in tale uguaglianza consiste il bello e il giusto. Ma, io credo, qualora nascesse un uomo che avesse adeguata natura, scossi via da sé, spezzati tutti questi legami, liberatosi da essi, calpestando i nostri scritti, i nostri incantesimi, i nostri prestigi, le nostre leggi, tutte contro natura, emergendo, da nostro schiavo, lo vedremmo nostro padrone, e qui, allora, di luce limpidissima il diritto di natura splenderebbe.

da Platone, Ippia maggiore, 281 A-C:
SOCRATE. Oh! bello e sapiente Ippia! quanto tempo è che non sei venuto da noi, ad Atene!

IPPIA. Non ho tempo, Socrate! perché quando Elide ha bisogno di trattare con qualche altro stato, sempre si rivolge a me, prima che ad altri cittadini, e mi nomina suo ambasciatore, certa che io sia il più abile a giudicare e a riferire i discorsi che si svolgono nelle altre città. Spesso, dunque, fui am­basciatore in vari stati, ma soprattutto a Sparta e sempre per moltissimi affari della più grande importanza. Ecco perché, come tu mi chiedi, non vengo spesso in questi luoghi.

SOCR. Questo, Ippia, significa essere uomo dav­vero sapiente e perfetto! Certo, perché tu da privato, fa­cendoti dare dai giovani molto denaro, hai la capacità di procurare loro vantaggi ben più preziosi delle somme che ricevi, e, da uomo pubblico, di giovare alla tua città, come deve fare chi non vuole rimanere oscuro, ma farsi un grande, pubblico nome. Ma, Ippia, per quale mai ragione quegli antichi, i cui nomi sono divenuti famosi per sapienza, Pittaco, Biante, e da Talete di Mileto via via fino ad Anassagora….

…282 E, 283 B:

SOCR. Questa che dici, Ippia, è sì una bella e grande prova della tua sapienza e di quella dei nostri contemporanei, e di quanto voi siate diversi dagli uomini del tempo antico. Secondo le tue parole essi erano davvero ignoranti! Di Anassagora, ad esempio, si narra che gli accadesse esattamente il con­trario di quel che accade a voi: avendo ereditato un grosso patrimonio, non se ne curò affatto e lo sperperò totalmente, tanto senza cervello era il suo sapere. Ma anche di altri antichi si narrano le stesse cose. Ecco perché mi sembra che la tua risulti una bella prova della sapienza dei nostri contemporanei rispetto alla sapienza dei predecessori, tanto più che oramai è opinione comune che il sapiente debba soprattutto esser sapiente a proprio favore, per cui può essere definito così: sapiente è chi guadagna quanti più quattrini è possibile.

SOCR. Ma sì, Ippia, se il dio lo vuole! Ora, invece rispondi, in forma breve a una questione, che mi hai fatta ricordare al punto giusto. Recentemente, ottimo amico mio, mentre, discorrendo, criticavo alcune cose in quanto brutte, e altre, invece, lodavo come belle un tale mi ha messo in grave dubbio, chiedendomi, addi­rittura con insolenza: “Ma come fai, Socrate, a sapere quali cose sono belle e quali brutte? in realtà, m sapresti dire “cosa è” il bello? Ed io, per la mia inettitudine, rimasi tutto confuso e non seppi ri­spondergli a modo; e così, venendo via da quella con­versazione, mi arrabbiavo con me stesso, mi rimproveravo e minacciavo che non appena mi fossi incontrato con uno di voi sapienti, vi avrei ascoltato sull’argomento, mi sarei addottrinato, preparato come si deve, e, tornato da quel tale, che mi aveva interrogato, avrei ripreso il combatti­mento. Ecco perché ore, dico, sei giunto proprio al mo­mento giusto. Insegnami, dunque, in maniera adeguata, cosa sia il bene in quanto bello, e cerca di rispondermi parlando in termini quanto più è possibile esatti, sì che io non venga confutato una seconda volta e sia di nuovo oggetto di risate. Tu, senza dubbio, lo sai in maniera lam­pante, e questa non è, forse, che una minima parte tra le moltissime discipline che conosci.    IPPIA. Si, per Zeus, Socrate, una minima parte, e, per così dire, di nessun significato.    SOCR. Imparerò, allora, facilmente, e nessuno potrà più confutarmi. IPP. Nessuno, assolutamente! Pro­prio da nulla e assai limitata sarebbe se no la mia professione. SOCR. Per Era, Ippia, che bella cosa se riusciremo a vincere quel tale! Ma non vorrei metterti in difficoltà se, imitandolo, mentre tu mi rispondi, ti porro delle obbiezioni si che tu possa istruirmi nella maniera migliore possibile: io sono piuttosto esperto nel fare ob­biezioni. Se dunque per te è lo stesso ti proporrò una serie di obbiezioni per imparare in modo davvero fondato.   IPP. Ma si, obbietta, ché, come or ora dicevo, la domanda non è gran cosa, ed io sono in grado d’insegnarti a rispondere a domande ben più complesse, si da sfidare chiunque ti confuti.

…287 D-E:

SOCR.” E allora dimmi, forestiero—preciserà—cosa e questo bello ?”.    IPP. Ma chi ponga una domanda simile,Socrate, cos’altro vuole mai sapere se non “cosa sia bello”?    SOCR. No, non mi sembra, ma “che cosa sia il bello”, Ippia. IPP. E che differenza c’è fra le due espressioni?   SOCR. Ti sembra che non vi sia alcuna differenza?    IPP. Nessuna.    SOCR. Evidentemente tu lo sai meglio di me. Ad ogni modo, mio caro, rifletti un po’: quel tale ti chiede non “cosa è bello”, ma “che cosa è il bello”.      IPP. Capisco, mio caro, e gli risponderò che cosa è il bello, né certo sarò più confutato. Ecco, Socrate, il bello, sappilo bene, se debbo dire la verità, è una bella fanciulla. SOCR. Bella risposta, Ippia, e degna d’essere famosa, corpo di un cane!

…288 D:

…a riprova del suo modo di tare, quel tale dirà: ” Ottimo Socrate, e una bella pentola? non è cosa bella? “.     IPP. Ma che tipo d’uomo è costui, Socrate? Com’è incolto, se in cosi alto argomento ardisce usare parole sì basse!     SOCR. Tale è l’uomo, Ippia! nient’affatto fine, anzi, volgare, di nulla preoccupato se non del vero.

…293 A:

IPP. Ma questo, che vuol dire? Mandalo tra i beati! Socrate, le domande di quest’uomo non sono parole di buon augurio.   SOCR. Come? rispondere positivamente a tali domande è un’empietà?    IPP. Forse.

da Platone, Menone 94 C – 95 A:

SOCR.Ebbene, non risulta evidente da questo, che, se egli dette ai figli un insegnamento assai dispen­dioso, sicuramente non avrebbe omesso di renderli virtuosi senza bisogno di spendere un soldo, se la virtù fosse state insegnabile? Ma era forse Tucidide di bassa condizione? Nonaveva molti amici in Atene e tra gli alleati ? Anzi, grande era il suo casato e gran potenza godeva in città ed in tutta la Grecia, per cui, se la virtù si potesse insegnare, nel caso non avesse avuto tempo lui stesso perché preso dalle cure politiche, avrebbe facilmente trovato fra i suoi concittadini o fra gli stranieri gente capace di rendere virtuosi i suoi figlioli. Ma forse, compagno Anito, la virtù non è insegnabile!    ANIT. Mi sembra, Socrate, che sei facile a dir male della gente!  Se vuoi darmi retta, ti consiglierei di andarci cauto. Se in altra città è facile fare del male o del bene alla gente, nella nostra è facilis­simo. Anche tu, credo, lo sai!

da Platone, Ippia maggiore, 302 E:

Se ben ricordo, sostenevamo che bello èil piacevole: non tutto, ma quello che ci proviene dalla vista e dall’udito.    IPP. Vero!     SOCR. E tale acci­dente appartiene ad ambedue presi insieme, non a cia­scunosingolarmente: come dicevamo sopra, ciascuno di essi nonè prodotto da entrambi i sensi, ma entrambi dalle due sensazioni, e non ciascuno da ambedue. Non è così?    IPP. Certo! SOCR. Ciascuno di questi piaceri non è dunque bello per un quid che non appartiene a ciascuno singolarmente —la proprietà d’essere l’uno e l’altro ad un tempo non appartiene a ciascuno—, per cui, secondo la nostra ipotesi, nulla vieta che si possano chiamare belli entrambi, ma non ciascuno dei due, Cosa mai altro dobbiamo dire? La conclusione è necessaria.     IPP. Sembra.

Ibid., 289 C:

SOCR. Ma se gli accorderemo questo, si metterà a ridere e dirà: “Non ti ricordi, Socrate, quale era la mia domanda?”; “Si, risponderò: mi domandavi ché cosa mai è il bello in quanto bello”. “Solo che, obbiet­terà, interrogato poi sul bello, capita che tu dice ‘bello’ qualcosa che, su tua stessa dichiarazione, tanto è bello quanto è brutto”. E io dovrò rispondere “Sembra!”; o cosa altro mai, amico mio, mi consigli di rispondere?

Ibid., 304 A – E:

Eh si, dovremo rispondere, Ippia, se siamo gente di buon senso: ‑è impossibile non essere d’accordo con chi ragiona corret­tamente!    IPP. Ma insomma, Socrate, cosa credi che sia tutta codesta roba? Raschiature, ritagli, frantumi di ragio­namenti sono, come sopra dicevo ! No! Quel che è bello e di gran valore è riuscire a pronunziare un buono e bel discorso in tribunale, in Consiglio, dinanzi a qualsiasi altra autorità cui si debba parlare e, riusciti a persuadere, venir via, riportando non un premio da niente, ma il sommo premio: la salvezza di se stesso, dei propri beni, degli amici. A questo bisogna dedicarsi e lasciar stare codeste tue sottigliezze, se non vuoi passare per un folle occupandoti, come ora, di ciance e quisquilie.

SOCR. Caro Ippia, beato te che sai quali sono le occupazioni degne di un uomo e, come dici, le pratichi alla perfezione! Io, invece, vittima, a quel che sembra, di non so quale demonico destino, oscillo sempre in un per perpetuo dubbio, e quando espongo i miei dubbi a voi sapienti, sono da voi coperto d’insulti, non appena vi ho fatto la mia confessione, perché dite, come anche tu ora che mi occupo di sciocchezze, di inezie, di cose senza valore alcuno. E quando, persuaso da voi, ripeto con voi che meglio è saper comporre un ben fatto e bel discorso da pronunziare` in tribunale o in altra qualsivoglia adunanza, allora mi sento violentemente ingiuriato da altri miei concittadini e, soprattutto, da quell’uomo che sembra li pronto a confutarmi. Egli, per l’appunto, è un mio stretto parente e abita con me, e ogni volta che torno a casa e mi ascolta ripetere queste cose, mi chiede se non mi vergogno di avere io l’ardire di parlare sulle belle oc­cupazioni, proprio io che cosi chiaramente offro prove di non sapere, in che consista il bello. Ebbene, mi dice, come giudicare se un discorso è fatto bene o male, se buona o cattiva è una certa azione, se ignori in che consiste il bello? E poiché ti trovi in tale condizione, piuttosto che vivere non credi che per te sarebbe meglio essere già morto? Mi accede così, come dicevo, d’essere rimproverato e insultato da voi e da lui. Ma, forse, è fatale ch’io debba sopportare tutto questo: non sarebbe fuori luogo se ne traessi giovamento. Sì, caro Ippia, credo d’avere già ricavato un certo utile dalla conversazione di entrambi, da te e da quel tale: ritengo proprio di avere compreso il significato del proverbio: “difficili sono le cose belle!”.

 
 

da Platone, Protagora 348 C – 349 A:

Io dissi allora: —Protagora, non credere ch’io voglia discutere con te per alcun altro motivo se non per delucidare questioni su cui, di volta in volta, sono in dubbio io stesso. Sono davvero convinto che Omero dica cosa assai giusta con quel suo verso: “andando avanti in due, l’uno può comprendere prima dell’altro”. In realtà, noi uomini, tutti insieme, siamo in un certo qual senso più sicuri di fronte ad ogni opera, discorso, pensiero. Quando invece, « qualcuno abbia pensato da solo”, andando subito in giro cerca a chi possa esporre il suo punto di vista e trovarne conferma, e prosegue nella sua ricerca finché non abbia incontrato la persona adatta. Ecco perché anch’io discuto volentieri con te piuttosto che con un altro ritenendo che tu abbia profondamente esaminato tutti quei problemi, che ogni persona seria deve approfondire e, dunque, e, soprattutto, il problema della virtù. Chi potrebbe farlo meglio di te ? Non solo tu ritieni di essere un uomo virtuoso, come alcuni che pur essendo virtuosi per propri conto non sanno tuttavia rendere tali anche gli altri; ma tu stesso sei virtuoso e capace di rendere virtuosi anche gli altri. Non solo, ma possiedi una tale fiducia in te stesso che mentre altri nascondono quest’arte, tu, invece, di fronte a tutti i Greci fai proclamare te stesso dandoti nome di sofista e svelandoti maestro di paideia e di virtù e, per primo, hai ritenuto cosa degna ottenere un compenso per questo tuo lavoro. Si poteva, dunque, non invitarti a fare una simile indagine, a sottoporti a domande, a farti partecipe delle mie idee? Impossibile. Io. appunto, desidero ora riprendere quelle certe domande che prima ti ponevo e che alcune tu le richiamassi nuovamente alla memoria fin dal principio, altre le riesaminassimo insieme.

 

da Platone, Apologia di Socrate, 17 A – 18 A

Quali sentimenti, Ateniesi, abbiate provato ascoltando le parole dei miei accusatori, io non so. Mentre li sentivo stesso quasi mi dimenticavo di me stesso, tanto i loro discorsi erano persuasivi. E tuttavia di vero essi non hanno detto neppure una parola, per così dire. Di tutte le loro fandonie, una mi ha colpito più delle altre: vi hanno detto di stare attenti a non lasciarvi ingannare da me perché, secondo loro, sarei abile a parlare. Bisogna veramente non avere alcun ritegno per esporsi così ed essere immediata­mente smentiti dai fatti, perché adesso darò subito la prove di non essere affatto capace di parlare bene in pubblico! A meno che, naturalmente, essi non intendano dire che parla bene l’uomo che dice la verità. Se è così, sono il primo ad ammettere di essere un buon oratore. Ma francamente non credo che intendano dire questo.

In ogni caso, lo ripeto, i miei accusatori non hanno detto niente di vero, o quasi niente. A1 contrario io non voglio dirvi altro che la verità. Oh! per Zeus, non lo farò certo, Ateniesi, con un linguaggio costruito ad arte come il loro, tutto abbellito con frasi e parole eleganti, sapientemente intessute fra loro.No, io parlerò alla buona, con le parole che mi vengonoin mente. Confido nel fatto che ciò che ho da dire è giusto. Nessuno di voi si aspetti altro da me. Del resto, non sarebbe affatto conveniente alla mia età, o giudici, presentarmi davanti a voi comportandomi come un ragazzino dai discorsi artefatti. Vedete, Ateniesi, ciò di cui vi prego, ciò che chiedo con insistenza è questo: se sentite che mi esprimo, difendendomi, come è mia abitudine quando sono in piazza presso i banchi dei mercanti, dove molti di voi mi hanno ascoltato, altrove, non scandalizzatevi e non mormorate. La situazione infatti è questa: oggi è la prima volta che compaio davanti ad un tribunale, ed ho già settant’anni, perciò mi è del tutto estraneo il linguaggio giuridico. Del resto se fossi straniero ad Atene, parlerei certo con l’accento ed il dialetto della mia infanzia, e voi mi scusereste di sicuro. Mi pare quindi giusto—e di questo vi prego—che voi non badiate se il mio modo di esprimermi è più o meno bello. Sia quel che sia il mio discorso: la sola cosa che dovete considerare —e questo dovete farlo col massimo scrupolo—è se ciò che io dico è giusto o no. Questo è infatti il compito del giudice, mentre quello dell’oratore è dire la verità.