14
Gen
2007

Testi di Cartesio

Si tratta di una breve antologia di testi necessari per le lezioni in classe

Cartesio dalle Meditazioni metafisiche

1. Già da qualche tempo, ed anzi fin dai miei primi anni, mi sono accorto di quante falsità ho considerato come vere, e quanto siano dubbie tutte le conclusioni che poi ho desunto da queste basi; ho compreso dunque che almeno una volta nella vita tutte queste convinzioni devono essere sovvertite, e di nuovo si deve ricominciare fin dai primi fondamenti, se mai io desideri fissare qualcosa che sia saldo e duraturo nelle scienze. Questa tuttavia sembrava essere un’opera assai impegnativa, ed aspettavo dunque un’età che fosse così matura da non doverne aspettare un’altra più adatta per impadronirsi di tali discipline. E perciò ho atteso tanto da essere poi in colpa se, quel tempo che rimane per agire, lo consumassi nel prendere decisioni. E perciò opportunamente oggi ho liberato la mente da tutte le preoccupazioni, [18] mi sono procurato una quiete totale, me ne sto solo, e quindi avrò tempo di distruggere totalmente, con serietà e libertà, tutte le mie antiche opinioni.
[…]

3. Tutto ciò appunto che fino ad ora ho ammesso come vero al massimo grado, l’ho tratto dai sensi o per mezzo dei sensi; tuttavia mi sono accorto talvolta che essi ingannano, ed è atteggiamento prudente non fidarsi mai di quelli che ci hanno ingannato anche solo una volta.

4. Ma, sebbene i sensi talvolta ci ingannino riguardo ad alcuni particolari minuti e marginali, tuttavia vi sono moltissime altre opinioni delle quali non si può chiaramente dubitare, sebbene siano desunte da ess Ài; come ad esempio che io sono qui, sto seduto presso il fuoco, indosso la mia vestaglia invernale, tocco con le mani questo foglio, e cose simili. Ma in che modo si potrebbe negare che proprio queste mani, e che tutto questo corpo sia mio? A meno che non mi consideri simile a quei pazzi [19] il cui cervello è turbato e offuscato da un vapore così ostinato, proveniente dalla bile nera, che essi affermano con tenacia di essere dei re mentre sono poverissimi, oppure vestiti di porpora mentre sono nudi, o di avere un capo fatto di coccio, o di essere delle enormi zucche, o di essere fatti di vetro. Ma costoro sono pazzi e, se adattassi a me un qualche esempio preso da loro, non sembrerei meno pazzo io stesso.

5. Benissimo dunque; come se non fossi un uomo che è solito dormire la notte, e nei sogni provare tutte quelle immagini, e talvolta anche meno verosimili di quelle che provano costoro da svegli. Quante volte poi il riposo notturno mi fa credere vere tutte queste cose abituali, ad esempio che io sono qui, che sono vestito, che sono seduto accanto al fuoco, mentre invece sono spogliato e steso tra le lenzuola! Eppure ora vedo con occhi che sono sicuramente desti questo foglio, questo mio capo che muovo non è addormentato, stendo questa mano con pienezza di ssi e di intelletto e percepisco: chi dorme non avrebbe sensazioni tanto precise. Come se poi non mi ricordassi che anche altre volte nel sogno sono stato ingannato da simili pensieri; e mentre considero più attentamente tutto ciò, vedo che il sonno, per sicuri indizi, non può essere distinto mai dalla veglia con tanta certezza che mi stupisco, e questo stupore è tale che quasi mi conferma l’opinione che sto dormendo.

12. Supporrò dunque che non Dio, sommo bene, fonte di verità, ma un genio maligno, sommamente potente ed astuto, abbia posto ogni suo sforzo ad ingannarmi; riterrò che il cielo, l’aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutto il mondo esterno non siano altro che ingani di sogni, con i quali ha cercato di ingannare la mia credulità. Considererò di non aver mani, nè occhi, nè carne, nè sangue, nè altri sensi, ma di credere falsamente di avere tutto questo; rimarrò ostinatamente fisso nella meditazione di ciò, e così, anche se non è in mio potere di conoscere qualcosa di vero, almeno — e ciò dipende da me — mi guarderò con costanza di ragionamento dall’assentire al falso, e cercherò che questo ingannatore, per quanto potente e per quanto scaltro sia, non possa impormi nulla.
Ma questa decisione è penosa, ed una certa pigrizia mi riconduce alla vita alla quale ero abituato. Non diversamente da un prigioniero, che nel sonno godeva di una immaginaria libertà, quando poi comincia a sospettare di stare dormendo, teme di svegliarsi, e si abbandona mollemente alle sue dolci illusioni; così senza accorgermene ricado nelle vecchie opinioni; temo di svegliarmi, preoccupato di dovere in seguito vivere in una veglia faticosa che tiene dietro ad un piacevole riposo: non in una qualche luce, ma tra le inestricabili tenebre delle difficoltà che sono state suscitate.

Seconda meditazione

1. Sono stato gettato in tanti dubbi dalla meditazione di ieri, da non potermi più dimenticare di essi, e non vedo tuttavia in che modo possano essere risolti. Come se fossi caduto all’improvviso in un profondo gorgo, sono così turbato da non poter posare il mio piede sul fondo, e da non potere nemmeno risalire a fior d’acqua. Tuttavia mi sforzerò e tenterò di nuovo la stessa via nella quale mi ero incamminato ieri, rimuovendo cioè tutto ciò che ammette un sia pur minimo dubbio, proprio come se avessi sicuramente compreso che tutto è falso. Continuerò poi fino a conoscere qualcosa di certo, o, quanto meno, fino a raggiungere questa sola certezza, che non vi è nulla di certo. Niente, se non un punto, che fosse saldo e immutabile, richiedeva Archimede per spostare dalla sua sede tutta la terra; si possono dunque nutrire le più grandi speranze, se troverò anche la più piccola cosa che sia salda e inamovibile.

2. Suppongo dunque che tutto quello che vedo sia falso; credo che non sia mai esistita nulla di quelle cose che una fallace memoria mi ripropone; non ho assolutamente nessuno dei sensi; il corpo, la figura, l’estensione, il moto, il luogo, lo spazio sono dele pure chimere. Quale sarà dunque la verità? Forse questo solo, che non vi è nulla di certo.

3. Ma in base a quali considerazioni so che non vi è nulla di diverso dalle altre che ho passato in rassegna or ora, nulla su cui non ci sia il benché minimo motivo di dubitare? Forse vi è un qualche Dio, o con qualunque altro nome lo si voglia chiamare, che mi ispira proprio questi pensieri? Perché poi dovrei pensarla in questa maniera, quando ne potrei forse essere l’autore io stesso? Forse dunque almeno io sono qualcosa? Ma già ho negato di avere dei sensi, un corpo. Tuttavia rimango invischiato in questi dubbi. Che deriva infatti da ciò? Sono dunque così legato al corpo e ai sensi, da non poter esistere senza di essi? Ma mi sono convinto che non c’è assolutamente niente al mondo, che non c’è il cielo, che non c’è la terra, che non ci sono spiriti, che non ci sono corpi. Non è forse vero quindi che anche io non esisto?
Eppure certamente io esistevo, se ho avuto qualche persuasione. Ma vi è un non so quale ingannatore, sommamente potente, sommamente astuto, che di proposito mi inganna sempre. Senza dubbio dunque anche io sono, se mi inganna; e mi inganni pure quanto può, tuttavia non farà mai in modo che io sia nulla, mentre penso di essere qualcosa. Cossiché, dopo aver vagliato in maniera accuratissima tutti gli aspetti del problema, alla fine bisogna ritenere valido questo: la proposizione “Io sono, io esisto”, ogni qual volta viene da me espressa o anche solo concepita con la mente, necessariamente è vera.

6. E che cosa devo pensare ora, quando suppongo che un potentissimo ingannatore — e, se è giusto dirlo, maligno — si adopera in ogni modo ad ingannarmi quanto può? Posso dunque affermare di possedere, anche se in minima parte, quelle facoltà caratteristiche che già ho detto riguardare la natura del corpo? [27] Mi concentro, penso, riesamino, non mi viene in mente niente; invano mi sforzo di riesaminare sempre le stesse cose. E cosa poi delle facoltà che attribuivo all’anima? Nutrirsi o camminare? Dal momento che non ho un corpo, anche queste non sono che finzioni. Provare sensazioni? Eppure anche questo non avviene senza il corpo; e mi è sembrato di provare molte sensazioni nel sonno, che poi mi sono accorto di non aver provato. Pensare? Ho trovato: è il pensiero; questa sola facoltà non può essere staccata da me. “Io sono, io esisto”; è certo. Ma per quanto tempo? Evidentemente per tutto il tempo che penso; infatti potrebbe anche accadere che, se cessassi da ogni pensiero, cessassi di essere tutto quanto. Fin qui non ammetto se non ciò che è necessariamente vero; e dunque sono esattamente soltanto una cosa che pensa, cioè una mente, un animo, un intelletto o piuttosto una ragione, parole che prima erano, per me, prive di significato. Ma dunque sono una cosa, e che esiste realmente. Ma quale cosa? L’ho detto: una cosa che pensa.

7. E che altro? Cercherò di immaginarlo. Non sono quell’insieme di membra, che si chiama corpo umano; non sono neanche un qualche tenue soffio infusa in queste membra, non vento, non fuoco, non vapore, non alito, nulla di tutto ciò che mi posso immaginare; ho preso infatti come punto di partenza che tutto questo sia nulla. Ma rimane questo principio: che tuttavia io sono qualcosa. Ma forse accade, che queste stesse cose, che suppongo non siano niente dal momento che mi sono ignote, tuttavia nella realtà non siano differenti da quell’io che conosco? Non so, non discuto su questo: posso giungere ad un giudizio solo sul conto di ciò che mi è noto. Ho capito che esisto: ma mi chiedo chi sia quell’io che ho conosciuto. È certissimo che la conoscenza di questa realtà così precisamente determinata non dipenda da quelle cose che [28] non so ancora se esistono; e dunque da nessuna di quelle cose che mi rappresento con l’immaginazione. Ed anche questo verbo, immagino, mi ammonisce del mio errore. Infatti fingerei realmente, se immaginassi di essere qualcosa, poiché immaginare non è nient’altro che contemplare la figura o immagine di una realtà corporea. Già dunque sono sicuro di essere, e tuttavia può accadere che tutte quelle immagini, e generalmente tutto ciò che si può riferire alla natura del corpo non siano altro che sogni. Avendo ciò compreso, mi sembra di essere non meno in difficoltà quando dico: “mi abbandonerò all’immaginazione per riconoscere più distintamente chi mai io sia” che se dicessi: “sono sveglio, vedo qualcosa di vero, ma poiché non scorgo le cose con sufficiente evidenza, mi addormenterò a bella posta, perché i sogni mi rappresentino questa stessa realtà in maniera più concreta ed evidente”. E perciò conosco che nulla di quelle cose che posso comprendere con l’aiuto dell’immaginazione sono pertinenti a quella conoscenza che ho di me stesso, e che la mente deve essere con somma diligenza tenuta lontana da tutto ciò, per ottenere che possa conoscere nella maniera più distinta la sua propria natura.

8. Ma che cosa sono dunque? Una cosa che pensa. E che cos’è essa? Certo una cosa che dubita, comprende, afferma, nega, vuole, disvuole, immagina anche e percepisce.

Terza meditazione

6. Per quanto poi riguarda le idee, se saranno viste solo per se stesse e non le riferirò a qualcos’altro, non possono essere propriamente false perché, sia che immagini una capra o una chimera, non è meno vero che immagino l’una come l’altra. In effetti non vi è da temere nessuna falsità nella volontà o nelle affezioni giacché, quantunque io possa desiderare cose malvage o cose che non esistono, tuttavia non può non essere vero che io le desidero. E quindi rimangono solo i giudizi, nei quali mi devo guardare dallo sbagliare. D’altronde l’errore più rilevante e più frequente che si possa trovare in essi consiste in questo, che io giudichi le idee che sono in me simili o conformi a cose poste fuori di me. Infatti, se considerassi le stesse idee soltanto come modalità del mio pensiero e non le riferissi a null’altro, a stento potrebbero darmi una qualche occasione di errare.

Tra queste idee poi alcune sembrano innate, altre avventizie, [38] altre poi prodotte da me stesso; infatti mi sembra di non poter trarre da altro se non proprio dalla mia natura il comprendere cosa sia una cosa, cosa sia la verità, cosa sia il pensiero: che adesso io oda un rumore, che io veda il sole o avverta il calore del fuoco, finora ho ritenuto che questo derivasse da alcune cose poste fuori di me. Quanto poi alle sirene, agli ippogrifi e cose simili, esse sono raffigurate da me stesso. Forse posso anche stimarle tutte avventizie, o tutte innate, o tutte inventate da me; non ho ancora visto chiaramente la loro vera origine.

7. Tra queste idee poi alcune sembrano innate, altre avventizie, [38] altre poi prodotte da me stesso; infatti mi sembra di non poter trarre da altro se non proprio dalla mia natura il comprendere cosa sia una cosa, cosa sia la verità, cosa sia il pensiero: che adesso io oda un rumore, che io veda il sole o avverta il calore del fuoco, finora ho ritenuto che questo derivasse da alcune cose poste fuori di me. Quanto poi alle sirene, agli ippogrifi e cose simili, esse sono raffigurate da me stesso. Forse posso anche stimarle tutte avventizie, o tutte innate, o tutte inventate da me; non ho ancora visto chiaramente la loro vera origine.

13. Ma mi viene ora in mente un’altra via per ricercare se alcune delle cose di cui sono in me le idee esistono fuori di me. Finché queste idee sono soltanto delle modalità di pensiero, non riconosco alcuna disuguaglianza tra di loro, e mi sembrano procedere tutte allo stesso modo; ma in quanto l’una mi rappresenta una cosa, l’altra un’altra, è chiaro che esse sono tra di loro molto diverse. Senza alcun dubbio, infatti, quelle che mi rappresentano delle sostanze sono qualcosa di più e, per così dire, hanno in sé più realtà oggettiva di quelle che rappresentano solo delle modalità o accidenti. Di nuovo quell’idea attraverso la quale concepisco un qualche sommo Dio, eterno, infinito, onnisciente, onnipotente e creatore di tutte le cose che esistono fuori di lui, quell’idea dico, ha certamente in sé più realtà oggettiva di quelle per mezzo delle quali vengono rappresentate le sostanze finite.

15. Quanto poi al fatto che questa idea contenga l’una o l’altra realtà oggettiva, ciò sicuramente lo deve derivare da qualche causa nella quale come minimo vi sia tanto di realtà formale quanto essa ne contiene di oggettiva. Se infatti ammettiamo che nell’idea si trova qualcosa che non è nella causa, questo “qualcosa” lo deriverebbe dal nulla. Eppure, per quanto sia imperfetto questo modo di essere per cui la cosa esiste oggettivamente nell’intelletto per mezzo dell’idea, tuttavia sicuramente è qualcosa, e quindi non può derivare dal nulla. Non debbo nemmeno pretendere che, siccome la realtà che considero nelle mie idee è soltanto oggettiva, non sia necessario [42] che la stessa realtà sia formalmente nelle cause di queste idee: deve bastarmi che si trovi in esse anche oggettivamente. Infatti come questo modo d’essere oggettivo appartiene alle idee secondo la loro natura, così il modo d’essere formale appartiene alle cause delle idee, almeno alle prime e alle più importanti, secondo la loro natura. E sebbene forse un’idea possa nascere da un’altra, tuttavia qui non si dà un processo all’infinito, ma si deve giungere a qualche prima idea la cui causa abbia la forza di un archetipo in cui ogni realtà che si trova nell’idea solo oggettivamente, vi sia contenuta formalmente. Cosicché per il lume naturale mi è chiarissimo che le idee sono in me come immagini che possono facilmente decadere dalla perfezione delle cose dalle quali sono desunte, ma certo non possono contenere qualcosa di più grande e di più perfetto.

16. Quanto più a lungo e con quanta maggiore curiosità esamino tutte queste cose, con tanta maggiore chiarezza e distinzione riconosco che sono vere. Ma quale conclusione posso trarre da tutto ciò? Certo se la realtà oggettiva di qualcuna delle mie idee è tale che io sia certo che essa non è in me né formalmente né eminentemente (di modo che io non posso esserne la causa), da ciò necessariamente consegue che io non sono solo nel mondo, ma che esiste anche qualche altra cosa che è la causa di questa idea. Se invece non si trova in me nessuna idea che abbia tali caratteristiche, non avrò certamente nessun argomento che mi renda certo dell’esistenza di qualcosa al di là di me. Ho infatti esaminato con somma diligenza tutto, e non ho potuto trovare fino ad ora null’altro.

22. E quindi rimane la sola idea di Dio, nella quale si deve considerare se vi sia qualcosa che non abbia potuto procedere da me. Col nome di Dio intendo una sostanza infinita, indipendente, sommamente intelligente, sommamente potente, dalla quale sia io stesso, sia ogni altra cosa esistente — se pure c’è qualcos’altro — siamo stati creati. Tutte queste cose sono tali che, quanto più diligentemente le esamino, tanto meno mi sembrano partire da me solo. E quindi in base a ciò che si è detto prima si deve necessariamente concludere che Dio esiste.

23. Sebbene certo vi sia in me l’idea di una sostanza per il fatto stesso che sono una sostanza, tuttavia non potrebbe esserci l’idea di una sostanza infinita, dal momento che sono finito, se non derivasse da qualche sostanza realmente infinita.