7
Mar
2007

Nietzsche: l’opera postuma

Il presente testo intende riassumere la problematica riguardo l’opera postuma di Nietzsche e l’annosa questione dell’affinità con l’ideologia nazista. La sintesi ripercorre la vicenda dalla edizione Colli-Montinari alla pubblicazione di Maurizio Ferraris (alla cui postfazione il presente testo si richiama), fino alla considerzione dell’opera di Domenico Losurdo.

Il periodo successivo allo Zarathustra

Come abbiamo già anticipato, Così parlò Zarathustra è il testo definitivo della filosofia di Nietzsche, nel senso che in esso il filosofo esprime e comunica in forma compiuta la sua visione del mondo e della vita. I concetti fondamentali del suo pensiero (morte di Dio, superuomo, volontà di potenza), che erano l’esito di precedenti immagini, non saranno più abbandonati, ma continuamente rielaborati, aggiungendo riflessioni che ne facilitano l’interpretazione senza però che ne muti in modo sostanziale il significato.

Ci soffermeremo adesso su tutta la produzione posteriore ad eccezione dell’opera postuma la quale, essendo stata oggetto di numerose osservazioni critiche e avendo favorito interpretazioni fra loro distanti del pensiero di Nietzsche, è più opportuno trattare separatamente.

Nelle numerose e famosissime opere che seguono il capolavoro (e che vengono pubblicate a un ritmo febbrile nei pochi anni che separano Nietzsche dalla follia), il filosofo realizza quella che egli stesso chiama filosofia del martello: la sua intenzione è di frantumare e sgretolare la filosofia tradizionale, la religione e la morale; ovvero demolire in modo definitivo tutta quella tradizione occidentale che fa da ostacolo alla affermazione del superuomo e che si concentra nel platonismo e nel cristianesimo.

Come già ci è capitato altrove di notare, la critica di Nietzsche non è mai precisa dal punto di vista concettuale; non è nelle singole affermazioni che va valutata la forza della sua riflessione, bensì nell’immagine che traspare della sua epoca, di un’epoca di trasformazioni profonde che Nietzsche intuisce con molto più acume dei suoi contemporanei.

E in questa fase che appare il noto programma nietzschiano di capovolgimento di tutti i valori o, meglio, tra svalutazione di tutti i valori. Poiché ogni costruzione filosofica è creata dall’uomo, che si illude riguardo l’esistenza di verità oggettive, bisogna imporre un nuovo senso della vita, in base al quale l’uomo non si sottomette a valori universali già dati, ma crea egli stesso i valori che intende seguire.

Già ora possiamo accennare a un problema interpretativo che affronteremo in modo esauriente nell’ultima parte di questi appunti; da una parte si potrebbe intendere l’affermazione di Nietzsche come il diritto del più forte a costruirsi da sé le leggi in modo da non restare sottomesso alla volontà della massa (e abbiamo visto che alcune affermazioni di Nietzsche tendono a far valere questa posizione). Si tratta di un’affermazione reazionaria e autoritaria, dove si afferma il diritto del più forte; e dove prevale un deciso soggettivismo morale, laddove ogni norma si giustifica per il semplice fatto di essere voluta da chi la pone.

Un’altra interpretazione, che vuole sottrarre Nietzsche alla pesante eredità del pensiero totalitario, afferma che Nietzsche non intende negare l’obiettività dei valori, ma intende rendere consapevoli che essi si formano a partire dalla attività umana e dipendono dal modo in cui l’uomo concepisce la propria esistenza nel mondo. In questo senso la tra svalutazione dei valori non sarebbe un invito a imporre le ragioni della forza, bensì a liberarsi dalla situazione alienante in cui l’uomo, nella società di massa e dopo la morte di Dio, è venuto a trovarsi.

Vi dico subito – e anche qui anticipo un concetto che verrò completamente delineando alla fine – che non intendo uscire da tale ambiguità che, secondo me, è presente in modo evidente in Nietzsche e non può essere sciolta; intendo invece farvi comprendere come, proprio in ragione di tale ambiguità, la filosofia di Nietzsche acquisti un’importanza fondamentale per l’età contemporanea e ancora oggi suscita problemi e questioni di assoluta urgenza.

Il primo scritto pubblicato dopo la Zarathustra possiede un titolo estremamente significativo, se riferito a quanto abbiamo appena detto: Al di là del bene e del male. Nietzsche in fondo, in queste opere, riprende quell’analisi critica che aveva contraddistinto il suo periodo “illuministico”, ma arricchisce di molto la sua interpretazione. Non afferma solo che tutte le culture universalistiche sono prodotte dall’uomo in una condizione di alienazione, ma associa la creazione di ogni verità metafisica alla volontà di potenza. L’uomo crea queste false visioni non perché colpito da verità trascendenti, ma perché la volontà di potenza che caratterizza il suo essere aspira a fare delle proprie visioni delle creature universali. Di conseguenza le stesse false verità sono espressione della ricchezza di vita.

Nietzsche non pensa affatto (e questa sicuramente è una lacuna grave del suo pensiero, se non fosse che la grandezza di Nietzsche riesce ad approfittare persino dell’ingenuità di alcune sue affermazioni!) che l’uomo si sia interrogato sull’essere delle cose, sulla loro materialità (che cioè il suo ragionamento, come buona parte della filosofia, sia di tipo esclusivamente ontologico). Egli riduce qualsiasi pensiero a una motivazione psicologistica, a un problema di valore: “io penso che l’essere sia così perché così la vita si configura in questo modo”. Questo atteggiamento può anche essere giusto per comprendere i contenuti alienanti di molte teorie, ma lascia aperto un problema dell’essere cui bisognerebbe comunque dare una risposta; cosa che Nietzsche non fa, riducendo ogni questione a una pulsione esistenziale.

Ovviamente, questo rifiuto della ontologia dipende dalla negazione del platonismo, dalla volontà di quest’ultimo di voler porre ordine nella tragica disposizione del mondo. Permane dunque – come nella prima opera – il riferimento positivo alla cultura greca dell’età della tragedia. Si comprende quindi la critica al cristianesimo come “orientalizzazione del mondo antico”, “capovolgimento dei valori aristocratici”, “rivolta degli schiavi orientali contro i loro padroni”.

Non dobbiamo commettere però l’errore di leggere in modo superficiale queste affermazioni, per quanto improbabili o scostanti possano apparirci a una prima lettura. In Nietzsche non c’è, infatti, una superficiale negazione del fenomeno religioso e, in opposizione, l’esaltazione di una vita dedita unicamente alle soddisfazioni più materiali, alla fruizione di ciò che genericamente viene considerato dal cristianesimo come peccato.

Nietzsche intende – e questo può, come sempre, apparirci più rassicurante e nello stesso tempo più inquietante – esaltare la potenza del singolo, forgiare gli uomini nuovi; la religione allora non viene del tutto rifiutata, in quanto essa serve allo Spirito Libero per raggiungere la potenza, sono strumento di cultura e di educazione, forgia gli uomini e sollecita in loro la volontà di potenza. Da qui l’esaltazione di ascetismo e castità, “mezzi indispensabili per educarsi e nobilitarsi, quando una razza vuole trionfare sulla sua origine plebea”.[Anche quest’ultima espressione, terribile nell’apparenza, è ambigua: compare certamente l’aristocraticismo intellettuale e il disprezzo per la massa, ma questa emancipazione sembra possibile a qualsiasi popolo, non vi è una aprioristica selezione biologica].

Anche quando Nietzsche contrappone alla morale degli schiavi (di cui il cristianesimo è l’espressione suprema) la morale dei signori, quella che è consapevole della distanza di sé dalla massa, delle elevate condizioni della propria anima, della gerarchia (contro il livellamento degli schiavi), non intende necessariamente invitare allo sfruttamento, bensì incitare ogni singolo a trovare la propria nobiltà, la propria singolarità. La virtù nobile, guerresca, “ama i componenti di una ristretta comunità, nella quale l’uomo elevato si trova tra i suoi simili, tra quelli del suo rango, ma disprezza tutti gli umili, coloro che pensano [l’attività teoretica non coincide però necessariamente con una condizione sociale], che vivono secondo il proprio utile [anche il conformismo dei ricchi, dunque], che non si prodigano [anche in senso solidaristico?]” La morale aristocratica pone essa i valori, quella degli schiavi li trova pronti; la prima è attiva, la seconda è passiva.

Lo scritto successivo si intitola Genealogia della morale; anche in questo caso Nietzsche si rifa al “metodo genealogico” che aveva teorizzato nel “periodo illuministico”. A differenza di quegli scritti però, Nietzsche non risale solo all’origine storica di un processo di alienazione ma, come abbiamo già accennato, pone in connessione la storia della metafisica con l’esercizio della volontà di potenza.

Anche in questo caso Nietzsche si mantiene su un crinale ambiguo all’interno del quale egli gioca, suggerendo una serie di immagini non sempre coerenti. Da una parte la volontà di potenza sembra una forza cosmica (come in Schopenhauer) o, al limite, biologica, interessando ogni essere vivente (ma anche ogni ente inanimato, che impone da sé la propria presenza) come tale; dall’altra la volontà di potenza si carica a volte di significati soggettivistici, indicando la potenza del singolo e identificandosi con l’istinto guerriero, la sopraffazione nella inevitabile lotta per la vita.

Nell’opera che stiamo esaminando Netzsche propone quasi un excursus storico in merito alla perdita dell’istinto guerriero a favore di un appiattimento servile verso morali umilianti. A partire dalla distinzione tra “morale dei signori” e “morale degli schiavi”, egli suddivide la prima in una dei guerrieri e in una dei sacerdoti. Il guerriero ha la virtù del copro. Il sacerdote quella dello spirito [a dimostrare che il dionisiaco intende anche le azioni spirituali e intellettuali, e non solo fisiche]. Secondo Nietzsche, è proprio a partire dalla rivalità tra guerrieri e sacerdoti che si origine il rovesciamento nella morale degli schiavi. I sacerdoti sono i signori spodestati che mobilitano contro i guerrieri tutti i deboli, i sofferenti, i maltrattati.

Questo movimento nel potere Nietzsche lo vede storicamente realizzarsi attraverso gli ebrei. E si apre a questo punto un altro capitolo delicato dell’interpretazione di Nietzsche, quello di un eventuale antisemitismo, rivendicato dalla esegesi nazista. Noi affronteremo in modo preciso il problema più avanti, a partire dall’opera postuma e a partire dei rapporti del filosofo con la sorella Elizabeth.

E’ certo che Nietzsche derise e contestò più volte l’antisemitismo diffuso tra la borghesia tedesca della Germania bismarkiana (Bismark era effettivamente un antisemita e numerosi discorsi parlamentari del periodo erano orientati in questo senso; paradossalmente, con la svolta estremista successiva, della Germania Guglielmina, l’antisemitismo scomparve, nel senso che il nuovo Kaiser aveva ottimi rapporti di collaborazione con la comunità ebraica del paese), ma è indubbio che vi siano prese di posizione imbarazzanti che, se messe in relazione con la storia della sua famiglia successivamente alla morte di Nietzsche possono sembrare inquietanti.

Egli vede negli ebrei il popolo sacerdotale: “Sono stati gli ebrei ad avere osato, con terrificante consequenzialità, stringendolo ben saldo con i denti dell’odio più abissale (l’odio dell’impotenza), il rovesciamento dell’aristocratica equazione di valore (buono = nobile = potente = bello = felice = caro agli dei), ovvero: i miserabili soltanto sono i buoni, i poveri, gli impotenti, gli umili, i sofferenti, gli indigenti, gli infermi, i deformi”

Seguendo l’excursus storico, dall’ebraismo si sarebbe originato il cristianesimo; il Rinascimento avrebbe visto un breve risvegliarsi dei valori antichi; la Rivoluzione francese avrebbe visto imporsi in modo definitivo la morale degli schiavi, con però la luce, breve, di Napoleone.

Come si nota Nietzsche tende a identificare il cristianesimo (e la sua morale) con tutti gli eventi di massa della storia occidentale (addirittura con la Rivoluzione francese); egli quindi intende – e ciò conferma quanto abbiamo detto all’inizio del corso – il cristianesimo essenzialmente come sistema di valori.

Nell’opera che stiamo analizzando compare un altro aspetto di straordinaria importanza, ed è il riconoscimento della crudeltà naturale dell’uomo; qui Nietzsche si richiama (anche se esplicitamente non lo dice) ancora una volta a Schopenhauer e, andando più in la, ad Hobbes. Nietzsche coglie quella che è una convinzione – come abbiamo visto in questi anni – di molte teorie filosofiche: la crudeltà gli sembra connaturata all’essenza umana, è un impulso fondamentale, una voglia di veder soffrire e far soffrire, voglia che sarebbe un ingrediente orgiastico dei popoli forti e primitivi. Ma anche nelle civiltà la prassi della “punizione” nasconderebbe l’istinto alla crudeltà.

Nietzsche ricava in fondo con coerenza il concetto di natura umana dalla sua visione del mondo; ciò gli permette anche brillanti riflessioni interpretative, come la critica al socialismo. Rimane però, rispetto agli autori sopra citati, un margine di ambiguità. Mentre negli altri casi la consapevolezza della crudeltà fondamentale della natura umana comportava una visione pessimista della vita che, o si isolava nella sua solitudine, o concepiva la relazione sociale nei termini del più duro autoritarismo, in Nietzsche si avverte una sorta di compiacimento. La crudeltà nasce infatti dal desiderio di superare la propria minorità ed il principale stimolo vitale che aiuta il soggetto a emanciparsi.

D’altra parte, se il superuomo esercita la propria violenza all’esterno, nelle morali degli schiavi tale crudeltà è, secondo Nietzsche, interiorizzata, rivolta all’interno, soffocando la propria vitalità. Da un certo punto di vista, quindi, sembrerebbe che la libertà superomistica sia un miglior antidoto per contenere gli eccessi della crudeltà che non quello di inserirli in una dimensione di massa.

A Genealogia della morale segue un altro noto scritto, L’Anticristo, che però nulla aggiunge alle valutazioni sul cristianesimo che abbiamo già ricordato.

E’ importante però notare il carattere radicale di quest’opera, dove la novità non sta tanto nei contenuti (Nietzsche si limita a riepilogare ciò che già ha detto negli scritti precedenti), quanto nel tono. La prosa e lo stile esprimono un odio senza pari, con un carico impressionante di ingiurie e sospetti. Il tono è aspro, egli vuole offendere, colpire in faccia i valori, capovolgerli in base a una “logica anticristiana”.

Anche in questo caso vale però quanto abbiamo detto poco fa: più che la religione cristiana, a Nietzsche sta a cuore attaccare tutto il sistema di valori che dal cristianesimo ha avuto origine, e che coinvolge anche avvenimenti o teorie distanti dalla religione. Il cristianesimo è per Nietzsche la più potente apparizione nella storia dello spirito di uno smarrimento dell’istinto dell’uomo europeo. Da qui si capisce quanto la critica al cristianesimo rivesta per il filosofo un ruolo fondamentale, da qui la radicalità dell’opera.

Dal punto di vista teologico, l’opera presenta alcuni spunti analitici interessanti, in quanto si ritrovano, in forma decisamente più articolata, in riflessioni teologiche rilevanti dell’età contemporanea. Ad esempio la distinzione tra la figura di Cristo, giudicata positivamente (Gesù non è il fondatore di una chiesa, ma è anzi la semplice negazione di ogni organizzazione, dell’ordine gerarchico del giudaismo) e San Paolo, che attuò una premeditata mistificazione del cristianesimo. Paolo avrebbe fatto sparire l’unica realtà del cristianesimo, la beatitudine, il Regno di Dio, la gioia della mansuetudine. Avrebbe invece trasferito la beatitudine oltre la morte; Paolo significa la vittoria del giudaismo ortodosso, del prete giudeo su Gesù di Nazareth.

Paolo sarebbe inoltre l’inventore della dottrina dell’Ultimo Giudizio, come mezzo per fondare in modo nuovo e più radicale una tirannia dei preti e formare una mandria. Paolo avrebbe portato a termine quel processo di decadenza del cristianesimo, che cominciò con la morte del Redentore, con il cinismo logico di un rabbino. Il concetto cristiano di peccato sarebbe la più grande forma di autoprofanazione dell’uomo, un attentato dei preti alla vita. In Paolo Nietzsche vede il duplice insorgere della casta sacerdotale e di tutti i valori della decadenza.

Dell’ultima opera pubblicata da Nietzsche in vita, Il crepuscolo degli idoli, non abbiamo tempo di parlare. Da una parte è opera complessa, in quanto Nietzsche, in modo per lui insolito, affronta in modo più analitico i problemi filosofici dell’essere. Così facendo, egli inaugura una visione dell’essere che si sarebbe sviluppata in modo determinante nella filosofia del ‘900; questo ci porterebbe però a scadere in un tecniscimo che abbiamo sinora evitato e che nulla aggiungerebbe alle nostre riflessioni.

L’opera postuma

Siamo giunti alla conclusione. Abbiamo svolto in modo direi pressoché completo il laborioso (e complesso) itinerario filosofico di Friedrich Nietzsche, dobbiamo – come sempre avviene in ultimo – provare a proporre delle osservazioni conclusive.

Sino ad oggi noi abbiamo sicuramente conosciuto una filosofia importante, ma forse – nonostante qualche mia anticipazione – non ci è ancora chiara la sua straordinaria rilevanza (quasi unica nella storia della filosofia), soprattutto perché in molti punti il pensiero del filosofo sembra contestabile, vuoi per l’inconsistenza di alcune sue osservazioni critiche sulle tradizioni che intende distruggere, vuoi per l’ambiguità morale che alcune sue proposte presentano.

Dobbiamo quindi oggi affrontare il problema dell’interpretazione di Nietzsche e valutare l’azione che la sua filosofia ebbe nel corso del secolo XX, sia nella prima metà – negli anni bui di quel secolo -, sia nella seconda metà e ancora oggi. L’opera postuma – ovvero le opere che vennero pubblicate dopo la morte del filosofo – hanno avuto a questo proposito un ruolo fondamentale, proprio perché, nel momento in cui vennero diffuse, furono immediatamente messe in contatto con la temperie culturale di quei difficili anni.

In realtà, più che l’intera opera postuma, della quale fa parte anche il fondamentale e voluminoso epistolario, ci interessa un’unica opera, che fece scalpore e sulla quale si aprì un contrastato dibattito che – come vedremo – è tutt’ora in corso.

Nietzsche – già lo sappiamo – fu intellettualmente inattivo a partire dal 1888, ma negli anni immediatamente precedenti la malattia fu attivissimo; lo Zarathustravenne scritto fra il 1883 e il 1885 e da allora fino al 1888 Nietzsche pubblicò ben sette volumi di notevole importanza (noi ne abbiamo citati appena quattro).Contemporaneamente, e anche forse nel primissimo periodo della sua malattia, Nietzsche stava lavorando a un’opera che considerava decisiva per il suo pensiero, una sorta di summa dove la verità del superuomo veniva totalmente dispiegata e non solo, come era nelle altre opere, declinata al futuro. Lasciò quindi una mole enorme di appunti sparsi, di riflessioni, di pensieri, senza alcuna però sistematica connessione; il lavoro era allo stato preliminare e, inoltre, la scrittura di Nietzsche aforismatica, metaforica, per parabole, non lascia ben comprendere la giusta successione dei pensieri.

Ebbene, tutto questo immenso materiale rimase a disposizione della sorella del filosofo, Elizabeth, e della madre di lui. Fu soprattutto però la prima che si occupò di tenere alta la memoria del fratello, grazie alla quale, contemporaneamente, si assicurò anche una notevole posizione morale e una discreta rendita. E’ doveroso dire – prima di fare le giuste osservazioni critiche alla discutibile personalità di questa donna – che ella ebbe in effetti un’autentica venerazione per il fratello e un’immensa stima intellettuale. Lo accudì negli anni della malattia ed esiste una drammatica foto del filosofo, poco prima della morte, che giace come un bambino fra le braccia della sorella.

Già negli anni ’90 dell’800, comunque, la fama di Nietzsche si era giustamente diffusa in Germania e il valore dei suoi scritti, dopo le polemiche del primo periodo, venne riconosciuto; inoltre, la malattia del filosofo, congiunta al carattere personale del suo pensiero e del suo stile di scrittura, crearono attorno alla sua figura un alone mitico. Le persone che avevano avuto contatto con lui ne scrissero, iniziarono a rilasciare dichiarazioni (per esempio quelle a posteriori del Wilamowitz sulla polemica in merito a La nascita della tragedia). Nel 1894 Lou Andreas-Salomé, una donna di cui Nietzsche era stato innamorato ma, pur in parte corrispondendo, aveva rifiutato una richiesta di matrimonio, pubblica un testo intitolato Friedrich Nietzsche nelle sue opere. Nel 1895 la sorella Elizabeth Förster (cognome da sposata)-Nietzsche pubblica la Vita di Friedrich Nietzsche. Nel 1894, intanto, era stato fondato, in casa della madre, il primo “Archivio Nietzsche” che, nel 1896, verrà stabilmente trasferito a Weimar, grazie anche al contributo finanziario di un amico.

In tutta questa febbrile attività, la sorella intende anche pubblicare nella sua interezza i frammenti postumi lasciati dal fratello, dando vita a quella opera summa che egli intendeva più di ogni altra cosa pubblicare. Nel 1906, dopo questo arduo lavoro di riscrittura, viene dato alle stampe il volume La volontà di potenza. Se dovessimo individuare in questo testo una svolta o un esito decisivo del pensiero di Nietzsche sbaglieremmo; in realtà, così come per le opere precedenti, Nietzsche ritorna sui suoi soliti temi, fornendo anche fondamentali nuove interpretazioni, ma rimane nel quadro speculativo ormai definitivamente tracciato con lo Zarathustra.

Per comprendere però la fortuna – e anche la maledizione – di questo testo, dobbiamo tornare alla biografia di Elizabeth. Nel 1884 si fidanzerà – per successivamente sposarlo con l’agitatore wagneriano e antisemita Bernhard Förster, il quale coinvolgerà Elizabeth in un allucinante progetto (che ebbe però successo), di fondare un colonia tedesca in Paraguay, una sorta di comunità eletta tesa ad isolare e a far riprodurre una razza tedesca pura. Da questa comunità passarono nel secondo dopoguerra numerosi criminali nazisti che riuscirono a fuggire, tra cui lo stesso dott. Mengele; tale comunità, fra l’altro, esiste tutt’ora. (Ne esiste tra l’altro una simile – anche se Elizabeth non c’entra nulla – nello stesso Cile, complice fra l’altro delle violazioni dei diritti umani perpetrati dal regime del generale Pinochet).

Sull’antisemitismo di Nietzsche ci siamo già espressi sopra; anche da questo punto di vista il filosofo manifesta una certa ambiguità; alcune affermazioni fortemente imbarazzanti sono presenti nell’ultimo testo; è vero però che Nietzsche derideva tale atteggiamento della sorella e l’esaltazione di Förster. L’antisemitismo bismarkiano lo disprezzava e discusse più volte con la sorella a proposito, chiamandola “oca molesta e presuntuosa, o scusandoci con gli amici dottor Rèe e Lou Salomé: “Da ultimo mi rimane il compito assai ingrato di riparare in certa misura col dottor Rée e con la signorina Salomé i danni provocati da mia sorella”. Affermazioni che sono state più volte citate per salvare Nietzsche dall’accusa di antisemitismo, ma che dovrebbero essere accolte, insieme alle altre, all’interno di un ritratto complesso del filosofo, difficilmente decifrabile in modo definitivo.

Bernhard Förster muore anche lui prematuramente, addirittura prima di Nietzsche, nel 1899. Il suo antisemitismo militante, oltre alla sua concerta attività pratica, ne fanno sicuramente un precursore di quella cultura radicale che avrebbe drammaticamente preso il potere in Germania negli anni ’30. Questo amore segnò però irrimediabilmente le convinzioni ideologiche di Elizabeth, destinata ad appoggiare il radicale nazionalismo germanico e il nazismo hitleriano, sia nella prima fase di conquista del potere, sia divenendo una delle personalità più stimate del regime .

Nel pubblicare la Volontà di potenza, Elizabeth voleva dimostrare la concordanza tra la propria ideologia e la filosofia del fratello; ovvero fare di Nietzsche il precursore dell’antisemitismo, del nazionalismo radicale, di una idea dello Stato fondata sul culto del capo. E, a suo parere, proprio molte affermazioni contenute nellaVolontà di potenza dimostravano questo. Non tutto ciò che è scritto in quest’opera in realtà ha questi toni (per la maggior parte Nietzsche continua a proporre e ad approfondire riflessioni che già conosciamo), ma – come abbiamo già detto – a volte Nietzsche sembra propendere per una visione prevaricatrice della volontà di potenza, riflettendola nei rapporti fra gli individui.

A partire da quest’opera e dalla interpretazione – oltre che dalla continua campagna propagandistica a favore del fratello e del marito portata avanti da Elizabeth – Nietzsche entra a far parte della cultura della destra estrema. Sia chiaro, pur in forma discutibile la tematica del superomismo (da Dostojevskij a D’Annunzio) era già diffusa in Europa, ma i fascismi se ne appropriarono in un modo che – pur ammettendo che in Nietzsche sia presente un margine di ambiguità – è sicuramente molto rozzo rispetto alle straordinarie pagine del filosofo.

L’archivio Nietzsche a Weimar venne sostenuto dai governi dell’estrema destra; numerose furono le donazioni di Mussolini, e divenne un luogo di culto per i nazisti, i cui gerarchi (e Hitler stesso) venivano ricevuti da Eliuzabeth. Quando questa morì (nel 1935), ormai anziana, Hitler andò a renderle omaggio realmente commosso.

Al di là di questa immagine pubblica di Nietzsche, non c’è dubbio che in quel periodo fiorirono anche studi filosoficamente rilevanti e a tutt’oggi fondamentali (come quello di Heidegger, filosofo anche lui compromesso con il nazismo ma che analizza Nietzsche da un punto di vista squisitamente filosofico). Nel secondo dopoguerra, proprio a fronte dell’importanza del pensiero di Nietzsche e degli studi che lo riguardano, si avvertì la necessità di un’edizione critica che rendesse ragione del pensiero del filosofo. Nell’archivio di Weimar – a quell’epoca all’interno della Repubblica Democratica Tedesca – per anni lavorarono i due studiosi italiani, Giorgio Colli e Mazzino Montanari.

Ebbene, in base proprio al lavoro operato sugli scritti postumi e sui manoscritti conservati (sui quali lavorò Elizabeth), ne venne fuori una nuova edizione degli scritti postumi, quella critica definitiva, che, a parere dei due curatori (ma soprattutto poi nella scolastica successiva), denazificava Nietzsche, mostrando quanto il lavoro di sistemazione degli appunti da parte della sorella fosse stato arbitrario, parziale, teso a creare una forzata concordanza con le suo convinzioni ideologiche.

Per i decenni successivi questo lavoro ha permesso una rinascita degli studi nietzschianie un’esaltazione degli aspetti più rilevanti della sua filosofia, sottolineandone gli aspetti emancipativi, fondamentali per comprendere lo spirito della modernità. Opinione diffusa era dunque che la Volontà di potenza, come scrisse Gianni Vattimo, uno dei maggiori studiosi italiani di Nietzsche, era stata contraffatta per finalità ideologiche.

Sennonché, nel 1993, ad opera di un altro studioso italiano, Maurizio Ferrarsi, è uscita una nuova edizione de La Volontà di Potenza, che ha in buona parte rovesciato questo convinzione diffusa e che, come era lecito aspettarsi, suscitò in quell’anno numerose polemiche. Sia chiaro, l’intento di Ferraris – a mio parere convincente – non è certo quello di “nazificare” Nietzsche; egli steso riconosce l’assurdità di questo dibattito, dal momento che sarebbe impossibile rendere responsabile un uomo di qualcosa avvenuto un quarantennio dopo la sua morte intellettuale. Egli intende però restituire il filosofo alla sua ambiguità e denuncia come l’aver operato per eliminare in tutti i modi ciò che poteva apparire preoccupante rispetto a un’ideologia reazionaria così devastante quale il nazismo, era come accettare, in modo però capovolto, il colpevole errore ideologico di Elizabeth, cercando forzate relazioni – sia pure per opposizione – con una temperie culturale estranea al filosofo per ovvi motivi cronologici.

Su che cosa si basano le convinzioni di questo studioso? sul fatto che, attraverso una attenta ricostruzione del lavoro svolto da Colli e da Montinari, nessun testo risulta contraffatto da Elizabeth, e che tutte le affermazioni ivi contenute erano effettivamente state concepite dal filosofo. Il lavoro di Elizabeth può essere discusso in merito alla compilazione, alla successione di pensieri che effettivamente, per la loro natura, è difficile concepire nella sequenza pensata da Nietzsche. Ma tutti i contenuti sono effettivamente pensieri di Nietzsche.

D’altra parte, aggiunge lo studioso, i numerosi studi su Nietzsche realizzati quando ancora non era disponibile la versione Colli-Montinari sono tutt’ora rilevanti e, di conseguenza, non è vero che quei testi portavano alla contraffazione del pensiero di Nietzsche..

Dopo questo lungo preambolo, vediamo di osservare almeno qualche contenuto di questa discussa opera: nella sua struttura, l’opera non presenta per noi novità. I primi due libri trattano della morte di Dio, il terzo della volontà di potenza e il quarto del superuomo e dell’Eterno ritorno. Vorrei soffermarmi non tanto su alcune precisazioni teoriche che approfondiscono tematiche da noi già viste (e che pure le rinnovano e che sono l’aspetto più interessante del libro),quanto sulle affermazioni imbarazzanti che ho citato.

Ad esempio, nel terzo libro la volontà di potenza viene esaminata in quattro capitoli: La volontà di potenza come conoscenza; La volontà di potenza della natura; La volontà di potenza come società e individuo; La volontà di potenza come arte. Soffermiamoci sulla visione della società e dell’individuo:egli interpreta lo stato come un’immagine di forza; si volge contro lo svilimento democratico dello stato, che ne vuole fare un’istituzione morale.

Oppure, nella istituzione, per esempio, del Matrimonio, egli vede la chiara espressione di una volontà di potenza. Così opta per il matrimonio come espressione di forza da parte di una stirpe che vuole crescere in proprietà e figli; e si esprime contro il matrimonio d’amore.

La potenza viene vista anche nelle forme giuridiche statali, in tutto il sistema di pena e di colpa, ecc. Come nello Stato, egli trova le tracce della Volontà di potenza nel Grande singolo, nell’Individuo. Chi si eleva al di sopra della massa, non rappresenta un valore morale superiore, ma semplicemente una maggiore potenza della vita.

Per comprendere però quest’opera è soprattutto importante il IV libro; se è vero che Nietzsche si riferisce e tutti i concetti fondamentali già apparsi nelle opere precedenti, pure mai li aveva così strettamente intrecciati fra loro come in queste pagine, permettendo forse di delineare in modo più lucido l’immagine del mondo che egli ha in mente. Inoltre questo libro possiede uno scopo pratico; in queste pagine Nietzsche intende agire da filosofo; non vuole soltanto esprimere conoscenze, vuole preparare decisioni storiche – universali, vuole mutare l’umanità.

La sua filosofia della Volontà di Potenza vuole diventare potere. Per potere Nietzsche intende la dottrina dei pochi che sono chiamati al più alto potere, i Signori della Terra.

In queste pagine Nietzsche, quando parla del superuomo, intende l’uomo forte, l’uomo nobile, l’uomo grande o supremo. Il superuomo è una realizzazione concreta che l’umanità deve intraprendere, che si concretizza in una gerarchica.

La dottrina nietzschiana della gerarchia si volge polemicamente non soltanto contro il livellamento moderno ma anche contro l’idea cristiana dell’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio. Egli la chiama: “il non plus ultra del cretinismo” che “finora sia esistito sulla terra”.

Gli uomini non sono uguali, anche nel regno degli uomini opera la Volontà di Potenza; ciò che determina il rango dell’uomo è “unicamente il quantum di potenza e niente altro”. “E’ necessaria una dichiarazione di guerra degli uomini superiori contro la massa”; tale dichiarazione di guerra non implica sterminare la massa, impresa che sarebbe impossibile, ma servirsi di essa per non diventarne schiavo.

L’uomo superiore deve essere in relazione con la massa nella forma dello stratagemma. L’esistenza delle masse significa, di per sé, una garanzia degli uomini superiori di fronte a se stessi, alla loro azione di violenza. [E’ interessante quest’ultimo punto, in quanto evidenzia, pur nell’ottica reazionaria, una radicale diversità dal nazismo; è necessaria l’esistenza di “dominabili” per riconoscersi nella propria superiorità. In un senso più morbido e accettabile,una vita diventa degna nel momento in cui sa emanciparsi dalla cultura di massa e valorizzare la propria singolarità.]

Nietzsche esige dunque l’organizzazione di una forma di autorità dei forti , una aristocrazia, che nell’epoca delle masse si serve delle masse, una lega di cospiratori formata da uomini superiori, che con un doppio scopo, uno dichiarato ed uno segreto, governano le masse e le costringono in schiavitù [e qui la versione morbida, prima suggerita, in parte naufraga].

Nell’ultimo capitolo, a proposito di Zarathustra, si afferma che egli è “il grande pensiero educatore”, che condanna le razze deboli che non lo sopportano, e conduce alla potenza le razze forti, che lo considerano come un grandissimo beneficio..

Vi propongo alcuni pensieri di questo genere:

Da Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza:
854.

Ma trovo costretto a ristabilire la gerarchia nell’ epoca del suffrage universel, cioè nell’ epoca in cui ciascuno ha di­ritto di erigersi a giudice di tutto e di tutti.

855.

Ciò che determina il rango, ciò che toglie il rango, so­no unicamente delle quantità di potenza: e nient’ altro.

856.

La volontà di potenza. Come dovrebbero essere fatti gli uomini che intraprendono in se stessi questa trasvalu­tazione? La gerarchia come ordinamento della potenza: la guerra e il pericolo sono premesse perché un livello ge­rarchico conservi le sue condizioni di esistenza. Il model­lo grandioso: l’uomo nella natura – la creatura più debo­le, più accorta acquista il dominio, assoggettandosi le po­tenze più stupide.

857.

Io distinguo fra un tipo di vita ascendente e un altro tipo di vita, quello della decadenza, della frammentazio­ne, della debolezza. Si deve credere che la questione del­la gerarchia si possa in generale porre soltanto come al­ternativa fra questi due tipi?

858.

Del rango decide la quantità di potenza che tu sei: il resto è pusillanimità. L’annientamento delle razze decadenti. Decadenza. del­l’Europa. L’annientamento delle valutazioni servili. Il do­minio sulla terra, come mezzo per produrre un tipo supe­riore. L’annientamento della tartuferia, che si chiama “mo­rale” (il cristianesimo, una forma isterica dell’onestà: Ago­stino, Bunyan). * L’annientamento del suffrage universel, cioè del sistema grazie al quale le nature inferiori si impongono alle superiori a norma di legge. L’annientamento della me­diocrità e del suo valore. (Gli unilaterali, individui e popo­li; esempio: gli inglesi; tendere alla pienezza della natura accoppiando gli opposti; mescolare le razze a tal fine.) Il nuovo coraggio – nessuna verità a priori (gli assuefatti al­la fede cercano simili verità!), ma libera subordinazione a un pensiero dominante, che ha un tempo peculiare: per esempio, il tempo come proprietà dello spazio ecc.

859.

Vantaggio dell’ appartarsi dalla propria epoca. Mettersi in disparte da entrambi i movimenti, dalla morale indivi­dualistica e da quella collettivistica – perché anche la pri­ma non conosce la gerarchia e vuol dare a ognuno la me­desima libertà che hanno tutti. I miei pensieri non ruota­no intorno al grado di libertà che va concesso all’uno o all’ altro o a tutti, ma al grado di potenza che l’uno o l’al­tro deve esercitare su altri o su tutti, ovvero intorno alla misura in cui un sacrificio della libertà, e persino la schia­vitù, offra una base alla produzione di un tipo superiore. Sulla massima scala: come si potrebbe sacrificare l’evoluzione dell’umanità per far sì che venga all’esistenza una specie superiore all’uomo?

863.

Il concetto di “uomo forte e uomo debole” si riduce a questo: nel primo caso si è ereditata molta energia (se ne ha una certa somma), nel secondo caso se ne è ereditata ancora poca. Eredità insufficiente, dispersione dell’eredità. La debo­lezza può essere un fenomeno iniziale: “ancora poca for­za”; oppure un fenomeno finale: “non più forza”. Il punto principale è questo: dove si trovi una grande forza, e dove si debba esercitarla. La massa, essendo la somma dei deboli, reagisce lentamente; si guarda da molte cose per le quali è troppo debole – dalle quali non può ‘ricavare utile alcuno; non crea, non progredisce…

Questo, contro la teoria che nega l’individuo forte e cre­de che sia la massa a “fare le cose“. E la stessa differenza che intercorre fra generazioni diverse: l’uomoattivo e la massa possono essere distanti di cinque o sei generazioni: è una differenza cronologica… .

860.

Del rango. Orribile conseguenza dell’ “uguaglianza”: va a finire che ,ognuno crede di avere un diritto su qualsiasi problema. E andata perduta ogni gerarchia.

861.

È necessario che gli uomini superiori dichiarino guerra alla massa! Non c’è luogo in cui i mediocri non si raduni­no per diventare padroni! Tutto ciò che rammollisce, ad­dolcisce, valorizza il “popolo” o il “femminino”, agisce a favore del su/frage universel, ossia del dominio degli uo­mini inferiori. Ma noi vogliamo esercitare rappresaglie e portare alla luce e citare in giudizio tutta questa economia (che in Europa incomincia con il cristianesimo).

862.

C’era bisogno di una dottrina abbastanza forte per pro­durre effetti di selezione e disciplina: rafforzatrice per i forti, paralizzante e distruttrice per gli stanchi del mondo.

872.

I diritti che un uomo si prende sono proporzionali ai doveri che si impone, ai compiti rispetto a cui si sente al­l’altezza. La maggioranza degli uomini non ha diritto al­l’esistenza, ma costituisce una disgrazia per gli uomini su­periori.

875.

L’uomo superiore e l’uomo del gregge. Quando mancano i grandi uomini, si rendono semidei o Dei i grandi uomini del passato: il prorompere della religione dimostra che l’uo­mo non trova più piacere negli uomini (“e nemmeno nella donna”, come dice Amleto). Oppure si mettono molti uo­mini in un solo mucchio, se ne fanno dei parlamenti, e si desidera che agiscano come tiranni. La “tirannia” è un affare da uomini grandi: questi fan­no fessi gli uomini dappoco.

873.

Fraintendimento dell’egoismo da parte delle nature vol­gari, che non sanno nulla della brama di conquista e della insaziabilità del grande amore, nonché delle straripanti sen­sazioni di forza che soggiogano, costringono, vogliono im­piantarsi nel cuore – dell’impulso che muove l’artista verso la sua materia. Spesso, la passione dell’ attività cerca sol­tanto un terreno. Nell’ “egoismo” comune vuole conser­varsi precisamente il non-ego, la mediocrità estrema, l’uo­mo generico – e questo indigna, se non è colto dai piùrari, dai più fini e dai meno mediocri. Infatti, costoro giu­dicano cosl: “noi siamo più nobili! Importa più la nostra conservazione che quella di quel bestiarile!”.

874.

La degenerazione dei dominatori e dei ceti dominanti ha creato la massima scempiaggine della storia! Senza i cesa­ri romani e senza la società romana il delirio del cristiane­simo non sarebbe giunto a dominare.

Quando gli uomini dappoco sono assaliti dal dubbio che gli uomini superiori esistano o meno, allora il pericolo è grande! E si finisce per scoprire che ci sono virtùanche presso gli uomini dappoco, soggiogati, poveri di spirito, e che al cospetto di Dio gli uomini sono uguali: sinora, il non plus ultra del cretinismo sulla faccia della terra! Infatti, gli uomini superiori hanno finito per misurare se stessi con il criterio della virtù degli schiavi – si sono trovati superbi ecc., hanno trovato riprovevoli tutte le loro qualitàsuperiori!

Quando comandavano Nerone e Caracolla, sorse il paradosso secondo cui l’uomo più umile avrebbe maggior valore di quello che siede lassù. E si fece strada un’immagine di Dio più lontana possibile dall’immagine dei potenti – il Dio in croce!

Come vedete, si tratta di pensieri poco simpatici; può essere forse triste terminare un autore con queste parole. Eppure, soprattutto quando non c’è la volontà di sottrarre un pensatore alle sue responsabilità, è cosa giusta farlo per rimarcarne l’importanza assoluta. Ma non un’importanza in negativo (che potrebbe anche essere), ma in positivo, che ora dobbiamo cercare di comprendere sia pure contro voglia, dopo questi ultimi pensieri. Che pure – e lo dico senza voler essere provocatorio – nulla tolgono al valore delle interpretazioni “libertarie” di Nietzsche.

Innanzitutto – e lo ribadisco – la filosofia di Nietzsche è fondamentale per quanto profeticamente riesce a comprendere del proprio tempo, pur vivendo lo stesso filosofo questa comprensione in modo contrariato. Non si tratta quindi di condividere quanto Nietzsche afferma, ma di cogliere ciò che egli intuitivamente avverte di quel fondamentale cambio d’epoca. O meglio, noi dobbiamo condividere in Nietzsche proprio quelle osservazioni che sono decisive per comprendere la nuova sensibilità filosofica che gli stesso contribuisce a formare, ma non confondere necessariamente queste analisi con le conclusioni che il filosofo stesso ne trae.

Per fare un esempio, il concetto di superuomo manifesta una carica di ambiguità sia in senso positivo sia negativo; ma rimane un concetto fondamentale per capire la condizione umana nell’epoca post – metafisica. Possiamo dunque valorizzarlo in modo fruttuoso senza per forza accogliere le immagini radicali e disturbanti che Nietzsche propone in alcune pagine della sua opera postuma. E d’altra parte, non è semplice, seguendo il suo percorso intellettuale, interpretare quelle pagine sparse come un esito o un convincimento già presente (pur essendo Nietzsche una personalità aristocratica e conservatrice).

E allora, se noi valutiamo tutta la storia del Novecento, vediamo che la filosofia di Nietzsche diventa un potente strumento interpretativo; non perché il suo pensiero sia antesignano dei totalitarismi, ma perché descrive drammaticamente – e a volte con preoccupazione – l’orizzonte in cui quegli avvenimento acquistano un senso nella loro drammatica originalità. L’assenza di valori trascendenti, la volontà di prendere allora decisioni supreme, la necessità di sfuggire alla alienazione e al conformismo di massa, sono tutte esigenze – abbiamo visto – presenti nei pensatori poco precedenti a Nietzsche e a lui posteriori. E se tali analisi li conducono poi a scelte discutibili ciò non comporta l’inefficacia del loro pensiero. Perché figure come Heidegger, o Schmitt o Gentile rimangono straordinarie al di là delle loro scelte e le precise responsabilità storiche e politiche? Semmai, Nietzsche ci aiuta a capire perché si potevano effettuare queste scelte, come mai intelligenze supreme si lasciarono ingannare, perché all’epoca c’era un bisogno di prendere decisioni immediate, risolute e radicali che oggi sottoponiamo facilmente acritica.

Ma non solo Nietzsche riveste importanza ai fini di una valutazione storica e filosofica, ma anche i nostri tempi sono a mio parere – e pur con tutti gli altri contributi da considerare – da lui incredibilmente illuminati. Il degenerare della cultura di massa in evidente ignoranza anche dei ceti prima più colti, la perdita dei valori, il conformismo dei comportamenti, l’alienazione e l’infelicità crescente. Il fare affidamento solo sul denaro, che oggi valorizza le aspirazioni (lo si desidera di per sé prima ancora di chiedersi come impiegarlo), non è manifestazione della Volontà di Potenza, ma indica l’alienazione massima che, nel linguaggio di Nietzsche, sta nella incapacità dell’uomo di creare nuovi valori e diventare schiavo di logiche insulse.

Da questo punto di vista, tutti i concetti fondamentali che abbiamo esaminato di Nietzsche, si prestano ad indicare il decadimento della nostra epoca e, suggerendo in parte una via d’uscita (l’interpretazione “morbida” di Nietzsche, ovvero sapersi singolarmente emancipare dalla umiliante sottocultura di massa, rimane valido), ci indica anche i possibili esiti drammatici di questa deriva se non viene recuperata, gravida di inquietanti conseguenze.

E’ uscito due anni fa un testo fondamentale, e forse definitivo, sull’interpretazione della filosofia di Nietzsche rispetto alla cultura reazionaria. E’ sempre opera di uno studioso italiano, ed è stato recensito in modo egregio anche in Germania.

Domenico Losurdo –“Nietzsche, il ribelle aristocratico”

Si tratta di un volume molto ampio di cui è impossibile una sinossi; viene però contestata la famosa edizione Colli-Montinari, di cui si evidenziano anche inesattezza di traduzione nel tentativo di stemperare l’ambiguità di alcuni concetti nietzschiani.

Consiglio di leggere l’intervista dell’autore: Intervista