16
Nov
2006

La felicità scettica

Commento a un passo di Sesto Empirico compreso a pag.36 del manuale

All’inizio, nelle prime due righe, l’autore ci propone la definizione della vita “senza turbamenti”, caratterizzata dalle espressioni “serenità” e “calma”; lo stato particolare dell’uomo felice si riflette sullo stesso ambiente, poiché a lui “tutt’intorno prevale bonaccia”. Si tratta di un’immagine diversa da quella dell’epicureo “Lucrezio”, il quale aveva sottolineato la stato beato del sapiente che osserva dall’esterno la tempesta, godendo del privilegio di non parteciparvi. In entrambi i casi si vuole sottolineare il miglior stato del sapiente rispetto all’uomo comune, nel primo però si accentua la tranquillità che promana da esso, quasi che ai suoi occhi tutto sembra pervaso di tranquillità, dal momento che nulla è in grado di turbarlo; nel secondo si ammette invece l’esistenza del turbamento esterno (il dolore), ma si ribadisce quanto il filosofo sia stato in grado di sconfiggerlo.

A questo punto l’autore precisa, attraverso una chiara classificazione filosofica, la causa dei beni e dei mali. Alcuni sono prodotti dall’opinione, altri dalla necessità. Il primo è un concetto che già conosciamo, che indica il sapere comune, immediato, non meditato; negli esempi a noi noti, però (Socrate, Platone, ecc.), l’opinione (doxa) veniva contrapposta alla episteme (scienza); in questo caso l’opinione non è priva di “scelta razionale”, e viene definita come principio in base a cui si opera una scelta in favore delle cose preferibili (ricchezza, onore, benessere del corpo, ecc.).

L’altra esperienza che si oppone alla opinione non è la scienza ma la necessità, legata al piacere e al dolore; deriva da affezioni dovute alla natura a cui non è possibile sottrarsi, ma è curioso che venga definite come “irrazionale affezione del senso”: il significato di questa espressione sta nel fatto che, da una parte, ad esse non ci si può sottrarre, si subiscono per necessità naturale; dall’altra che i principi di piacere e di dolore, rispetto alla sapienza, non hanno alcuna razionalità, sono fenomeni esterni che quasi disturbano la ricerca della felicità (non a caso la ricerca della atarassia consisterà nel raggiungere una assoluta indifferenza rispetto alla sensazione). Questo giudizio distingue la posizione scettica da quella epicurea, dove invece il piacere assume una rilevanza positiva assoluta.

Una volta precisata questa distinzione, Sesto Empirico può introdurre il concetto chiave dello scetticismo, la sospensione del giudizio (epoké); nella parte del brano riportata da questo testo, essa si rapporta solo all’opinione.

L’autore intende dimostrare come l’affidare la ricerca della propria felicità al raggiungimento di ciò che si “ritiene bene o male per natura”, significa rendere dipendente il nostro stato psichico da realizzazioni materiali che non è certo si realizzeranno. Di conseguenza, nell’attesa della realizzazione, o nella abitudine seguita all’appagamento, la psiche dell’individuo sarà preda di continui turbamenti, che moltiplicheranno il numero dei “mali”.

Il passo chiarisce dunque, per contrapposizione, in che cosa consista realmente la “sospensione del giudizio”: in un non pronunciarsi su ciò che è bene o male per noi e, quindi, nel non investire il nostro comportamento verso nulla che alteri il normale stato del nostro essere.

Il passo finisce con l’esemplificazione pratica di quanto sostenuto appena sopra; propone cioè una fenomenologia (descrizione precisa del fenomeno considerato) della condizione di chi brama la ricchezza, con un’articolazione dei diversi stati psichici negativi che tale aspirazione provoca (sottigliezza dell’analisi psicologica).

Subito dopo, invece, si contrappone il positivo esempio di chi della ricchezza non si cura, in quanto ha sospeso il giudizio rispetto all’opinione che la vuole indispensabile per raggiungere la felicità (in una certa misura anche Aristotele aveva sostenuto questo, cioè che non si può essere felici se prima non si soddisfano i bisogni materiali fondamentali) Notate in questo caso quante volte ritorni l’espressione imperturbabilità, che implica il “non curarsi” (conseguenza della sospensione del giudizio) sia della presenza sia dell’assenza di ricchezza, in quanto entrambe le condizioni non possiedono alcuna rilevanza per il raggiungimento della felicità personale. Quindi, questa è la vera conclusione del passo, qualunque siano le sue condizioni di vita, egli sarà sempre felice, perché non ritiene affatto che tali condizioni siano buone o cattive. E il suo stato psichico, di conseguenza, sarà sempre di “bonaccia”, come affermato all’inizio del passo.