16
Nov
2006

Agostino d’Ippona

La vita di Agostino

Introduciamo ora la figura di Agostino a partire dalla sua biografia. La vita di Agostino ha per noi, infatti, un’importanza cruciale.
In ogni manuale di storia della filosofia le pagine dedicate ai vari autori hanno per premessa una più o meno esauriente sintesi biografica; è evidente, infatti, che le vicende  personali, insieme a un’adeguata contestualizzazione storica, sono utili per approfondire con maggiore coscienza una proposta speculativa. Ma, nel nostro caso, non è con questo intento formale che ci accingiamo a narrare gli eventi principali della lunga vita di Agostino, segnata da quell’avvenimento fondamentale che fu la conversione. Personalmente, non avrei iniziato con una considerazione biografica la trattazione di altri autori, pure importanti nella storia della filosofia, anche se, nel corso delle conversazioni, qualche accenno a vicende biografiche l’avrei pure fatto. Vi sono però casi in cui la personalità del filosofo è così pienamente unita allo spirito del suo pensiero, in cui le vicende personali determinano le stesse riflessioni intellettuali; vita e filosofia sono così congiunte, rimandano l’una all’altra e non è possibile considerarle separatamente. Agostino rappresenta uno di questi casi.
Uno dei capolavori della letteratura agostiniana è lo scritto intitolato Confessioni, che costituirà la fonte principale delle nostre conversazioni. Nella prima metà di quest’opera Agostino descrive la propria vita dall’infanzia sino alla conversione, mostrando la sua evoluzione intellettuale e i rapporti con le tradizioni culturali estranee al cristianesimo; nella seconda parte, giunto finalmente alla certezza della fede, si abbandona ad alcune riflessioni intellettuali di estremo interesse. Agostino dunque, in questo scritto, mette a nudo la sua coscienza, analizzandola nei suoi minimi dettagli sia nei momenti in cui si era perduta nel peccato sia, successivamente, quando ha individuato in essa la luce della verità. La straordinaria capacità di introspezione filosofica di Agostino ha, nelle Confessioni, una dimostrazione straordinaria. E’ evidente, allora, che lo stesso autore vedeva nella sua vita la realizzazione del proprio pensiero.

Agostino era nativo dell’Africa romana; nacque infatti a Tagaste nel 354 da padre pagano  e madre cristiana; egli è noto però come “Agostino d’Ippona”, dal nome della città della quale fu Vescovo, una volta divenuto importante personalità del mondo cristiano. Egli da giovane non fu per nulla attratto dalla vita religiosa, nonostante le esplicite insistenze della madre; era invece un giovane ambizioso che, come molti coetanei della sua epoca, avrebbero voluto intraprendere una carriera nel campo della retorica, dell’avvocatura e, in ogni caso, emergere nelle attività pubbliche. Il santo, nelle Confessioni, tende a dare la colpa di queste sue ambizioni alla pedagogia dell’epoca, sui cui principi gli stessi genitori desideravano fosse egli educato; questa era improntata  esclusivamente sullo studio mnemonico di autori letterari o di retori, dediti o a suscitare un piacere (è il caso della letteratura) più tardi condannato dal santo o una vana ambizione mondana che non tiene in debito conto la precarietà ontologica della creatura. Agostino descrive con crudo realismo anche i barbari metodi puntivi della scuola di allora, che suscitavano le risa dei suoi genitori ma che egli invece avverte ancora in età adulta in modo drammatico e angoscioso.
Egli da subito si descrive come peccatore; non per una particolare colpa della sua persona ma, come vedremo, per l’intrinseca natura peccaminosa dell’uomo, già visibile nell’infanzia – in Agostino si riflette il disprezzo del mondo antico verso l’infanzia e, in fondo, egli non sembra proporre alternative alle verghe che ricorda così crudelmente usate sulla sua persona -. Interessanti gli anni in cui descrive la sua partecipazione ad azioni goliardiche, durante gli studi; pagine famose sono quelle in cui descrive un furto di pere in un campo privato, effettuato non per soddisfare lo stimolo della fame, né per ottenere ciò che non era alla loro portata – le pere, precisa il santo, erano di qualità scadente e le buttammo via – ma unicamente per la soddisfazione di recare un danno, di fare del male. Agostino analizza puntualmente le sensazioni provate in quell’azione, cerca di comprendere quale sia la causa del fascino esercitato dal male e che tanta presa ha sull’animo di molte persone.
L’altro grande peccato che Agostino confessa – e del quale farà più fatica a liberarsi – è quello carnale; egli visse con una donna ed ebbe un figlio illegittimo, Adeodato, spinto unicamente dalla passione dei sensi, da un sentimento, cioè, che non scaturiva dalla sua libera volontà  ma anzi, testimoniava i legami che ancora impedivano alla sua coscienza di dominare completamente se stessa.
Accanto a questi racconti, Agostino parla dei suoi successi professionali; egli divenne uno dei professori di eloquenza più ammirati, abile nelle dispute, in grado di riscuotere molto successo. Ma Agostino, nei confronti di queste sue abilità, non è meno indulgente rispetto ai peccati commessi, anzi, li pone praticamente sullo stesso piano. Erano infatti discorsi – i suoi, quelli dei grandi retori o dei poeti – estranei alla verità, fondati volutamente sulla finzione e, quindi, incapaci di condurre l’uomo alla saggezza.
Egli insegna prima a Tagaste e poi a Cartagine; la sua evoluzione intellettuale lo porta ad essere insoddisfatto della semplice abilità retorica e a interessarsi in maniera più attenta della filosofia e dei grandi problemi metafisici. In un primo tempo si abbandona all’astrologia e successivamente – ed è esperienza per lui molto più importante – al manicheismo.
Il manicheismo era una religione fondata dal filosofo e principe persiano Mani, nato nel 216 e morto nel 277 dopo Cristo; questa credenza si diffuse con una certa intensità sia in Oriente sia in Occidente, grazie all’attività missionaria dei primi seguaci. Secondo il manicheismo esistono due principi cosmici, il bene  e il male (o le tenebre e la luce) i quali, in un periodo originario esistevano separati; successivamente il male ha invaso la luce, generando un periodo di calamità, che coincide con quello vissuto dalla specie umana. Infatti questa contaminazione della luce da parte delle tenebre ha portato alla comparsa del corpo, fonte di desideri impuri, da rifiutare con un potente atto di misticismo. Arriverà un terzo periodo, caratterizzato dal trionfo del bene, con i due principi radicalmente separati. Gli adepti del manicheismo dovevano osservare un regime di estrema durezza che portava a una vita di continue rinunce; pochi erano gli eletti che raggiungevano il traguardo e questo spiega l’esistenza di una rigida gerarchia interna alla loro comunità.
Come potete notare, il manicheismo presentava il vantaggio di spiegare in modo molto razionale il problema forse più difficile da risolvere per qualsiasi religione, quello relativo al male e alla sofferenza, che possono prevalere anche nei confronti del giusto. Agostino si lascia rapire da questa credenza, che egli coltiva per diversi anni; in particolare egli ammirava un saggio manicheo, Fausto il quale –il santo lo ammetterà anche dopo la conversione, quando i suoi giudizi nei confronti di questa setta saranno alquanto sprezzanti – era dotato di straordinaria abilità nell’argomentare e di affabilità nei modi.
D’altra parte c’era qualcosa che lasciava dubbioso Agostino e che lo spinse ad abbandonare la setta; in un primo momento egli si avvicinerà allo scetticismo: era questa una corrente filosofica greca, sorta nel IV secolo avanti Cristo, dopo la conquista della penisola egea da parte delle truppe macedoni di Alessandro Magno. Al di là di questa origine, lo scetticismo si era diffuso in forme ulteriori nell’ambiente ellenistico e poi romano, unendosi anche a sensibilità e a proposte filosofiche estranee alle sue ispirazioni originarie. Lo scetticismo predicava  l’inesistenza di ogni verità, o comunque l’incapacità dell’uomo di afferrarla con certezza.
E’ umanamente spiegabile l’adesione, seppur temporanea, di Agostino a questa radicale proposta filosofica: si trattava di un momento di scoramento, dove il desiderio di cogliere  una verità si scontrava con i limiti intrinseci dell’intelletto umano, per cui l’intenzione di “lasciar perdere”, di considerare le più alte vette della ricerca filosofica irraggiungibili, era una tentazione più che comprensibile. Ma la personalità di Agostino era ormai trascinata dal desiderio di raggiungere un sapere stabile, una forma qualsivoglia di certezza che emancipasse il tormentato animo dell’uomo dalla situazione di precarietà e di dolore in cui si trova costretto a vivere. Ecco quindi che, poco alla volta e spinto anche dalla madre Monica, si avvicina al cristianesimo, rimanendo però all’inizio molto incerto sui suoi contenuti dogmatici.
Per comprendere questa svolta dobbiamo però porci la seguente domanda: qual era la ragione per cui la proposta dei manichei risultava ad Agostino insoddisfacente? Conosciamo già la risposta dei neoplatonici: il concepire il male come una realtà autonoma, opposta e separata dal positivo, suscitava molti più problemi di quanti ne risolvesse. Da una parte, il male, piuttosto che come azione dotata di proprie caratteristiche, sembra meglio manifestarsi come corruzione e deturpazione della bellezza dell’essere; il male è, infatti, sempre identificato con un’imperfezione, con una condizione che contrasta con l’immagine che noi abbiamo di una situazione ideale: la malattia contrasta con la pienezza d’essere di un corpo sano, la deturpazione con la rovina di una compiutezza formale, che identifichiamo con la bellezza; uno stato di alterazione psichica con quella serenità d’animo che vorremmo possedere il più possibile durante la nostra esistenza. Sembra assurdo pensare a una realtà extra sensibile, del resto, che, piuttosto di vantare caratteristiche superiori a quelle umane, si caratterizzi per la negatività e gli esiti infausti delle sue azioni.
Queste argomentazioni non sono però ancora chiare all’intelligenza di Agostino, pur manifestando egli già insoddisfazione per il manicheismo; e solamente l’incontro con le teorie neoplatoniche condurrà il filosofo ad essere certo dell’assurdità di concepire il male come realtà intelligibile autonoma. Ciò che invece maggiormente colpiva Agostino, e che lo conduceva a dubitare delle teorie manichee, era il fatto che il male compiuto dagli uomini non sembrava affatto appartenere a una sfera differente, in quanto si mostrava strettamente intrecciato all’essere, unito al bene senza che fosse neppure possibile operare una distinzione. In particolare – questo ad Agostino era già molto chiaro – il male sembrava scaturire direttamente dalla volontà dell’uomo, che non poteva dunque addebitare ogni colpa alla realtà sensibile in sé o a un’entità negativa trascendente.
Non è un caso che Agostino, dopo la breve parentesi scettica, si sia avvicinato al cristianesimo, dove l’idea di un Dio onnipotente, garante del bene, con il quale si identificava, risolveva l’insostenibile tesi del dualismo radicale e dell’assoluta separazione fra male e bene. Il cristianesimo però non aveva personalità sufficientemente preparate in grado di giustificare filosoficamente l’estraneità del male a Dio e l’incompatibilità del male con la persona divina; a questo era invece giunto – come ormai già sappiamo – il neoplatonismo, attraverso la tesi, apparentemente paradossale ma in realtà fondata su una efficace costruzione metafisica, dell’inconsistenza ontologica del male (ossia dell’inesistenza del male, da intendersi solo come mancanza che l’essere imperfetto avverte verso l’essere perfettissimo).

Ritorniamo allora alle vicende di Agostino: egli prima si trasferisce a Roma, dove ritiene di potere fare una carriera molto più agevole e gratificante di quella possibile a Cartagine; quindi va a Milano, allora capitale dell’Impero e città dallo  straordinario sviluppo politico, culturale e urbanistico. E’ a Milano che Agostino ascolta le omelie di Ambrogio, un uomo “santissimo”, oggetto da parte del santo di una serie di altissime lodi. Le prediche di Ambrogio aprono la mente di Agostino rispetto ad alcune complesse pagine della Scrittura; piano piano i suoi dubbi vengono a risolversi, anche se, in questo periodo, Agostino è sempre preso dal timore di ingannarsi. Vorrebbe parlare delle sue incertezze con Ambrogio ma questi, vista l’alta carica che ricopre nella Chiesa milanese – che ne faceva anche l’autorità politica più rappresentativa – non ha tempo per riceverlo.
Alcuni studiosi, in passato, hanno fantasticato sul rapporto esistente fra Agostino e Ambrogio, desiderosi di riunire in un’unica comunione spirituale questi due grandi padri della cristianità; in realtà questo rapporto non ci fu. Agostino era ancora un laico dubbioso, Ambrogio già un’autorità; e non è improbabile che Ambrogio abbia trattato Agostino addirittura con sufficienza, come un uomo comune che non poteva godere della sua attenzione.
Nonostante il grande fascino esercitato da Ambrogio su Agostino, le omelie ascoltate a Milano non servono ancora a convincere definitivamente il filosofo, a farlo decidere senza alcun dubbio per la fede. Forse si può anche comprendere la presenza in Agostino di una incertezza ancora così forte: Ambrogio – mi è già capitato di dirlo – fu personalità fondamentale per la costruzione della comunità cristiana; le sue prediche erano straordinarie e avevano un forte contenuto morale, capace di colpire con incisività anche i più potenti (ed è da ricordare, a questo proposito, il contenzioso che lo oppose all’imperatore Teodosio).  D’altra parte Ambrogio era stato, prima di diventare vescovo, un’importante autorità politica laica: figlio di un alto funzionario della Gallia, venne educato a Roma secondo i canoni classici; avvocato al tribunale della prefettura del pretorio a Sirmio, divenne poi governatore della Liguria e dell’Emilia con sede a Milano. Alla morte del vescovo ariano Assenzio, Ambrogio, intervenuto per scongiurare conflitti fra cattolici e ariani, fu acclamato vescovo e, ricevuto il battesimo, fu consacrato il 7 dicembre 374. In Ambrogio dunque si uniscono – come sarà più avanti per la personalità di Gregorio Magno – la tradizione politica e culturale romana con la nuova cultura cristiana. E’ attraverso l’opera di Ambrogio e di altre rilevanti personalità del cristianesimo del periodo, che la Chiesa riuscirà a diventare l’erede del mondo romano, salvando la cultura di quest’ultimo dalla possibile azione iconoclasta delle popolazioni germaniche.
Ambrogio però non aveva una solida preparazione filosofica, in grado di dare ragione dei dogmi più arditi, per quanto riguarda la concezione metafisica, del cristianesimo. E Agostino, che era roso da quei dubbi che proprio la tradizione filosofica aveva sempre avanzato, per quanto convinto dalle prediche del vescovo, non è ancora in grado di decidersi a favore del cattolicesimo. Ma intervenne a questo punto un altro grande santo milanese della prima cristianità, che indirizzò Agostino nella giusta direzione di ricerca: Simpliciano. Il santo contribuì sia alla conversione di Agostino sia dell’unica altra grande personalità filosofica cristiana a lui anteriore, Mario Vittorino. Fu Simpliciano a consigliare ad Agostino la lettura di testi neoplatonici e questa conoscenza intellettuale fu per Agostino decisiva per eliminare tutti i suoi dubbi. Il neoplatonismo, infatti, con la sua teoria della insussistenza ontologica del male riusciva ad opporsi in modo definitivo alle teorie manichee e, d’altra parte, teorizzava in modo chiaro la differenza (ontologica) fra l’essere di Dio (perfetto e incorruttibile, assolutamente intelligibile) e quello della creatura (fragile, imperfetto, totalmente dipendente dal primo). Il neoplatonismo poteva, agli occhi di Agostino, dare un contributo fondamentale per rafforzare la veridicità delle teorie cristiane e far sì che queste uscissero vincenti nelle dispute con le teorie alternative. Proprio sulla base di questa nuova convinzione teorica possiamo comprendere due fondamentali caratteristiche della futura attività di Agostino, quale rappresentante della cristianità: il fatto che alcune delle sue teorie più importanti siano concepite a partire da posizioni polemiche (le polemica con i manichei, i donatisti e i pelagiani) e, dall’altra, il tentativo continuo di rinnovare il neoplatonismo – accettandone le fondamentali acquisizioni metafisiche – per farlo completamente aderire alla verità del cristianesimo; questo sforzo costituisce buona parte dell’attività filosofica di Agostino.
Decisosi per la conversione, Agostino tentenna ancora un po’. Non sono tanto le asserzioni del cattolicesimo – che egli ritiene ormai certe – a procurargli perplessità, quanto i dubbi sulla saldezza della propria fede. E’ una condizione d’incertezza psicologica che io ritengo molto interessante e che potrebbe suscitare la riflessioni anche di molti credenti oggigiorno: egli non riesce, nonostante la forza che avverte nella verità di Cristo, a uniformare la propria condotta ai precetti morali cui la conversione lo obbligherebbe. In particolare egli è ossessionato dal peccato carnale, dal desiderio che ancora nutre nei confronti di una donna con cui convive – Agostino, del resto, stava organizzando il proprio matrimonio – e che gli impedisce di rivolgere totalmente la propria capacità di amore verso Dio.
Per comprendere questo passo, devo fare un’ulteriore precisazione: noi abbiamo esaminato i precursori filosofici di Agostino – i neoplatonici -; dobbiamo però ricordare che è impossibile intendere compiutamente le riflessioni agostiniane se non abbiamo presente il suo più maggiore debito teologico, che egli intrattiene con Paolo. Nella Prima Lettera ai Corinti, San Paolo distingue tra il perfetto cristiano e il credente imperfetto; il primo è quello che riesce a concentrare tutte le sue capacità di amore verso Dio e, per questo, rinuncia alla vita coniugale; il secondo, invece, non riuscendo a realizzare questa rinuncia, si limita a santificare l’amore per il coniuge nell’istituzione matrimoniale. I coniugi, evidentemente, hanno il dovere di amarsi l’uno con l’altra e, di conseguenza, non potranno dedicarsi unicamente a Dio. Non è questa una condizione perfetta, ma gli sposi possono comunque pregare insieme, ringraziando il Signore del loro amore; il cristiano infatti, afferma Paolo, non dovrebbe mai smettere di pregare.
E’ chiaro che una persona così coinvolta dal problema della verità – come Agostino – non poteva accontentarsi di una condizione imperfetta; finché non avesse avvertito la verità in modo così intenso da poter controllare le sue tendenze peccaminose, egli non si poteva considerare un vero seguace di Cristo. Il fedele, secondo Agostino – ma è considerazione che molti oggi dovrebbero riconsiderare – deve sforzarsi di rendere il più possibile trasparente il rapporto fra la propria scelta religiosa e il comportamento adottato, sul piano individuale, nella vita di tutti i giorni.

Agostino rafforza in seguito la sua fede, abbandona la convivenza – e anche la sua ex compagna abbraccerà con ardore la fede cattolica – e passa il periodo forse più bello della sua vita a Ostia, in compagnia della madre Monica, finalmente felice per le scelte del figlio, e altri pochi amici, come lui da poco convertitisi al cristianesimo. Dopo la morte della madre, verificatasi poco oltre questi avvenimenti, Agostino dedica l’intera sua esistenza a meditare sulla verità cristiana, attraverso gli scritti (117!), sia per scopi didattici e divulgativi, oltre che polemici, sia per ragioni personali: Agostino sa infatti che la psicologia umana è debole, che il dubbio e il peccato sono comunque in agguato, e desidera dunque mettersi in discussione, approfondire e comprendere sempre più le verità di Dio, confidando nella generosità del Creatore, benevolo verso i suoi figli e in grado di ampliare la loro capacità di comprensione.

Agostino inizia poi la carriera ecclesiastica, diventando infine vescovo dell’importante città africana di Ippona. Questa parte della sua biografia è per noi forse di minore interesse, poiché è nostra intenzione dedicarci soprattutto al periodo immediatamente precedente e immediatamente seguente la conversione, quando, in preda a drammatici dubbi, il santo più che in altre occasioni esamina la propria anima, realizza quel fantastico viaggio, ma al contempo terribile e drammatico, verso l’abisso dell’interiorità.
Pure mi sembra giusto concludere – in maniera comunque più succinta – per darvi un quadro complessivo. Divenuto vescovo, egli opera per dare maggiore consapevolezza alla comunità cristiana; la sua massima preoccupazione è quella d’impedire la diffusione di concezioni errate in merito all’interpretazione delle Sacre Scritture. Da qui la sua polemica serrata con i donatisti e i pelagiani, nelle cui teorie vede conseguenze tali da poter distruggere la coesione e l’unità necessarie alla dottrina cristiana. Da una parte, infatti, Agostino si adopera  nel rivendicare la superiorità del cristianesimo nei confronti delle altre tradizioni pagane; dall’altra teme che una errata interpretazione del cristianesimo fornisca le armi alle religioni non cristiane per attaccare i dogmi fondamentali del cattolicesimo, smembrando la comunità dei fedeli e rischiando di far perdere la posizione di egemonia raggiunta. Si spiegano così i toni aspri che il santo raggiunge in alcune sue pagine e anche l’atteggiamento sprezzante.
Non è un caso, inoltre, che Agostino sia uno dei pochi grandi cristiani dell’antichità a porsi il problema della coercizione religiosa, rispondendo a questa esigenza in modo positivo; si tratta di un’evoluzione del suo pensiero tarda e contrastata. Ciò non toglie che, a un certo punto, il santo sentisse come una necessità per la Chiesa di intervenire con autorità nel reprimere le eresie e gli errori; in alcuni casi, il santo non esita, nel pieno di una polemica, a minacciare la denuncia all’autorità. La Chiesa, beninteso, eserciterebbe coercizione per amore del reo e, quindi, la sua violenza non è paragonabile a quella, autenticamente malvagia, dei criminali; è una punizione per amore, per salvare la parte di noi, simile a Dio, più degna ed eccellente. Uno studioso francese ha addirittura parlato di Agostino come “il principe e il patriarca dei persecutori”.
E’ una definizione che può stupire, in quanto la teologia agostiniana ha caratteri molto diversi da altre forme di dogmatica religiosa che hanno in maniera più esplicita difeso l’intolleranza nei confronti di chi contesta l’autorità della Chiesa. Vedremo di spiegare anche le ragioni di questo atteggiamento e aggiungere qualcosa sul dibattito critico che ne è derivato.
Agostino muore il 28 agosto 430; gli è risparmiata la conquista dell’Africa da parte dei Vandali, che assediavano Ippona già da alcuni mesi e che avrebbero distrutto e calpestato per lungo tempo quella cultura religiosa che il vescovo tanto aveva difeso. Gli fu risparmiato anche il Concilio di Efeso del 431, dove egli fu invitato, ma che assunse posizioni teologiche ben più rozze di quelle sino ad allora difese dal santo.